lunedì 16 aprile 2007

Impossibile is nothing


Il Darfur, nonostante la fitta coltre di silenzi e reticenze da parte dei mezzi di comunicazione mondiali tenti di minimizzarne la portata, vive allo stato attuale la più grande crisi umanitaria del mondo. La recrudescenza conosciuta dal conflitto a partire dalla seconda metà del 2006 si è accentuata nei primi mesi del 2007. I dati stessi lasciano poco spazio all' interpretazione: attualmente circa 10 mila persone al mese perdono la vita a causa degli scontri tra milizie Janjaweed e ribelli, della mancanza di cibo ed acqua, delle precarie condizioni sanitarie, degli stenti; 300 mila è il numero di morti, approssimativo, dallo scoppio della crisi nel 2004; 4 milioni di persone, ovvero i due terzi della popolazione, soffrono le conseguenze del conflitto, di cui metà sono sfollati che vivono a livelli di sussistenza in 700 campi di accoglienza, mentre altri due milioni risiedono in comunità locali che prestano loro accoglienza; 1600 i villaggi distrutti da truppe governative e milizie.

La coscienza occidentale, per quanto reticente e lenta sia alla parola che all'azione, incline all'oblio o alla denuncia a seconda dell'interesse economico prevalente, vede oggi il muro del silenzio lentamente cadere: i numeri non accettano compromessi, i precedenti storici non lasciano adito ad alternative. La tragedia del Ruanda, a distanza di poco più di un decennio, con i suoi 800mila morti, ancora oggi ricorda, che la complicità si nutre non soltanto in senso commissivo, ma anche omissivo, e che i processi postumi possono alleviare ma non cancellare il senso di colpa. E soprattutto che la gravità della situazione umanitaria, deve da sola guidare la coscienza dell'Occidente a quello slancio che può e deve realizzarsi.








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