mercoledì 12 settembre 2007

Loreto controcorrente

"Il piacere dei giovani è la disubbidienza, il guaio è che oggi non ci sono più ordini."
(Jean Cocteau)
"I giovani hanno sempre il coragggio delle idee altrui."
(Ennio Flaiano)

I media italiani, specialmente televisivi, hanno giustamente dato molto risalto all'incontro dei giovani cattolici col pontefice Benedetto XVI avvenuto a Loreto il 1-2 settembre, ma per aspetti che alla luce di quanto visto e sentito appaiono marginali.
Mi spiego: è stato un successo, della Chiesa cattolica, del Pontefice stesso, apparso meno formale e più diretto e spontaneo, se non vicino alla moltitudine accorsa sul grande prato di Montorso, dell'Agorà, che ne ha curato l'organizzazione, della televisione, che ha sapientemente spettacolarizzato, tramite presentatori-attori alla conduzione e tramite le riprese di balli e canti, l'evento, sullo sfondo di una scenografia sapientemente assunta a contenitore evocativo di semplicità, paesaggistica, spirituale ed umana.
"Unicuique suum": a ciascuno il suo, e l'ideale di giustizia che da sempre lberga in noi ci impone di considerar l'aspetto più vivo e focale dell'incontro. Ribaltiamo la nostra prospettiva mentale. Non è il Papa che incontra i giovani, ma sono i giovani che incontrano il Papa, nelle loro intenzioni visto come non come Capo della Chiesa Cattolica, ma piuttosto come primo portatore di un Vangelo sempre più invocato come mezzo di redenzione generazionale.
Perchè dico questo? Perchè le parole devono tornare a rappresentare la realtà, e a non esser più strumento di banalizzazione o strumentalizzazione dei fatti (ogni riferimento al giornalismo italiano "istituzionale" è puramente voluto). E le parole e le immagini dei media han riferito tutto, fuorchè la presenza dei giovani, intesa non come dato numerico, ma come intreccio tra vita sofferenza, conversione e redenzione. Ci si è concentrati sul gesto del Papa di non leggere il discorso già preparato ma di interloquire spontaneamente, ma non si è detto che per la prima volta i giovani hanno avuto la possibilità di esser pienamanete se stessi, cantando, pregando, ascoltando le testimonianze, portando a conoscenza dell'opinione pubblica l'attuale difficoltà del crescere, dell'inserirsi nel mondo del lavoro, del superare le difficoltà psicologiche. A Loreto in realtà si è parlato dei veri problemi provenienti dal basso, è stata data voce agli ultimi; e lassù dove " si puote ciò che si vuole" si è cercato di proporre una verità, di farla vivere e fondere colla sofferenza e di proporla come occasione di rinascita, non entusiastica, e quindi effimera, ma umile e gioiosa, quindi duratura.
E' caduto un velo d'ipocrisia: la "pubblicità" mediatica manda solo gli aspetti positivi (culto dell'estetica, del successo, del benesere materiale) propone modelli sociali distorsivi e psicologicamente deleteri... ma poi tace sugli effetti più che collaterali, quindi eventuali, direi inevitabili: anoressia, tossicodipendenza, ansia, depressione sono etichette che parlano di disagio umano, sempre più occultato ma sempre meno latente.
I giovani oggi ne pagano un alto prezzo, essendo da sempre termometro infallibile di nuove tendenze, esigenze e problemi; è giusto che per una volta esprimano il proprio disagio, e lo hanno fatto senza cader nel risentimento o nell'odio, ma proponendosi, pur nella loro non più celata fragilità, come voce critica e come forza, non più materiale, ma spirituale, direi addirittura morale.
L'esser protagonisti tramite la debolezza condivisa comunitariamente potrebbe allora esser il griamaldello su un sistema che distribuisce disagio, esalta forza ed apparenza ma vien cambiato dall'interno porgendo l'altra guancia.

martedì 4 settembre 2007

Errori prospettici

"La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire"
"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
(George Orwell)

Il mondo ha svoltato a destra: forse è sempre stato dove è nato, ma sicuramente ha accelerato la sua corsa conservatrice a partir dal crollo dell'orso sovietico nel "lontano" 1991. Al contrario il braccio di ferro tra le due superpotenze (Usa vs Urss), durato più di quattro decenni, aveva creato, in particolare in Europa, un sistema misto sotto molteplici aspetti: in politica si fondevano socialismo e capitalismo, senza sconfinare nella rispettive degenerazioni del comunismo e del liberismo. In economia all'impresa privata si affiancava quella pubblica; in ambito religioso la laicità fungeva da spartiacque tra il fondamentalismo religioso ed il laicismo. Il Continente accoglieva i benefici di ciascun sistema rifiutandone gli eccessi. "In medio stat virtus".

Il crollo dell'impero sovietico ha dato il via ad una finta gara in cui i corridori son tanti ma in realtà il potenziale vincitore è unico per manifesta superiorità: gli Usa hanno esteso infatti il loro dominio non più solo su America ed Europa occidentale, parte dell' Africa e dell'Asia, ma sul mondo intero, con le uniche sempre più isolate eccezioni di Cuba, Corea del Nord, Iran e forse Cina. Globalizzazione, "pax americana" ed impero son sinonimi usati differentemente soltanto in relazione alla prospettiva. Ma parallelamente all'estensione "esterna", gli Stati uniti hanno conosciuto una profonda metamofosi "interna": da liberisti son diventati iperliberisti, estendendo il modello in tutto il globo senza più alcuna resistenza. Ora iperliberismo vuol dire progresso tecnologico e regresso umano, ricchezza ma anche disuguaglianza, ma soprattutto conservatorismo politico-economico unito ad ansia rivoluzionaria in campo morale, in particolare in ambito sessuale. In una parola destra, magari non nazionalista o fascista, forse pure democratica, ( i dubbi sorgono visti il ruolo della plutocrazia e dell'oligarchia nelle moderne società occidentali), a prescindere dal bipartitismo anglosassone in cui le due facce, democratica e repubblicana, appartengono alla stessa medaglia. Anzi più che destra, estrema destra.

Ora fatte queste premesse, come si può nel dibattito politico italiano, parlar di "sinistra radicale", di centro-sinistra e di centro-destra? Come può in ambito religioso parlarsi di laicismo? Rimanendo alla politica, se si prendono a riferimento i giusti modelli teorici, tutto il nostro sistema partitico appartiene alla destra (An ed Udc, Udeur, Margherita e vertici Ds, quindi Pd) se non all'estrema destra (Fi, Lega), con qualche sparuta minoranza, sempre più isolata negli ambiti nazionale d internazionale, al centro ( Rifondazione, Verdi Sdi e Sd) ed al centro-sinistra (Pdci). Esiste allora un unico Partito, come il Socing di orwelliana memoria. I mass-media ed i partiti di destra ci dicono che la sinistra è "radicale" soltanto per abbattere le ultime vestigia dello Stato sociale e per demonizzare come estremistico il moderato, ridotto ad innocua minoranza, che cerca di non conformarsi del tutto e che se estremizza, sbagliando, viene represso e posto in pubblica gogna (vd. brigatismo o terrorismo islamico o laicismo anticlericale). E dato che "tanto più fitto è il grano tanto meglio lo si taglia" la stessa strumentalizzazione colpisce l'islam o gli "stati canaglia" o la critica sociale interna. Gli estremismi allora crescono, la propaganda li giustifica e li sospinge, e noi stiamo a guardare.

lunedì 3 settembre 2007

Progresso/Regresso

"Il futurismo si fonda sul completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche. Coloro che oggi fanno uso del telefono, del telegrafo e del grammofono, del treno, della bicicletta, della motocicletta, dell'automobile, del transatlantico del dirigibile, dell'aeroplano, del cinematografo, del grande quotidiano, non pensano che queste diverse forme di comunicazione, di trasporto e d'informazione esercitano sulla loro psiche una decisiva influenza".
(Filippo Marinetti)
"Tutto scorre"
(Eraclito)
Progresso e regresso oggi convivono come un Giano bifronte: informatica, telematica, cibernetica, nanotecnologie, meraviglie ingegneristiche e quantaltro celebrano e vengon celebrate vieppiù come strumenti di realizzazione o di estensione di possibilità, esigenze e passioni umane. Il benessere materiale, il mito della velocità, l'estetica son tutti presupposti e corollari che fungono da scenografia a tale "avvento" tecnologico. Idillio perfetto, purchè non ci scordi che come mezzi, necessitano di un referente che dia loro un senso, un fine. Parlo dell'uomo, ovvero di noi stessi, che siam l'altra faccia del Giano, e costituiamo il regresso.
Esempi? Viviamo nel mondo della comunicazione, intesa più come mezzo di trasmissione di dati che come contatto tra persone distanti; la telefonia mobile la rete informatica ad esempio ci han resi tutti più vicini, interdipendenti e raggiungibili. Eppure se il contenente è degno di nota, di certo non lo è il contenuto; mai come oggi è pesante il fardello dell'incomunicabilità, nutrita da tanta parte della nostra superficialità ed avvinta all'abbraccio di egoismo ed ipocrisia. Lo stesso potrebbe dirsi in riferimento alla biotecnologia: la scienza gode di strumenti eccelsi, ma spesso il limite tra l'umano e l'anti-umano è labile (il sorgere della bioetica lo dimostra).
Progresso materiale e regresso umano son dunque oggi inversamente proporzionali, determinando un'asimmetria sempre più vistosa e pericolosa. Non è casuale che alla razionalità materiale e tecnologica, di matrice industriale e positivista, si affianchi sempre più un' irrazionalità umana di tipo simbolista, ben espressa nel mito del consumismo. Apollineo e dionisiaco di Nietsche tornano allora a fronteggiarsi, rendendo possibile se non probabile il ritorno della "madre di tutte le cose" (così la defivniva Darwin): la guerra, personale, ideologica o collettiva che sia.

sabato 1 settembre 2007

"Rassicurazioni" Generali

"Accipe nunc Danaum insidias, et crimine ab uno disce omnes".
Or ascoltate le malizie de' Greci; e da quest'uno conosceteli tutti.
(II libro dell' Eneide, vv.65-66, Virgilio)

Con generalizzazione viene indicato sia il processo cognitivo che la conoscenza risultante da questo processo.
La generalizzazione è il processo attraverso il quale viene associato ad una varietà di elementi/esperienze il medesimo
significato. Con generalizzazione viene indicato anche ciascun significato ottenuto attraverso questo processo.
La generalizzazione ha la
funzione di attenuatore di varietà degli elementi/esperienze allo scopo di semplificarne la gestione.(Definizione di "generalizzazione" dall'enciclopedia online Wikipedia)

Ma ora in Cristo Gesù voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini mediante la morte violenta di Cristo. Egli infatti è la pace. Lui che ha fatto le due parti le ha ridotte ad unità. Ha sbriciolato questa parete che sta in mezzo e che separa. Cioè l'inimicizia l'ha distrutta mediante la sua carne.

(Lettera agli Efesini, Cap.2 vv.-13-15)

Buone notizie: la globalizzazione sta riportando sempre più in auge uno sport che si pensava e sperava ormai caduto in disgrazia: la generalizzazione. L'evoluta materia grigia collettiva, testa d'ariete del progresso tecnologico (giustamente quanto di più benefico per la felicità con la F maiuscola), sembra oggi presa dalla compulsione alla semplificazione (eufemismo che andrebbe sostituito col legittimo titolare in campo: banalizzazione). Varietà, pluralità, sfumature più che come sinonimo di ricchezza eterogenea, vengon viste con irrefrenabile e malcelata diffidenza. Associazioni mentali altamente qualificanti come Islam=terrorismo, sinistra=comunismo, pace=ignavia, immigrazione=delinquenza, Occidente=progresso, Italia=delinquenza (vd. reazioni tedesche ed europee il plurice omicidio a Duisburg) , ebraismo=usura, si diffondono sempre più rapidamente nell'opinione pubblica senza incontrar resistenza. Ignoranza e paura, rispettivamente ed intercambilmente madre e figlia della stupidità, consumano indisturbate il lauto banchetto delle relazioni umane.

Siamo sulla difensiva: a prescinder da una reale od effettiva minaccia esterna (islamica, cinese, laicista etc) adottiamo sempre più la generalizzazione perchè percepiamo un pericolo, ci attiviamo ed abbiamo bisogno di creare un fantasma dai contorni netti contro cui cominciare l'inseguimento. Se soltanto cominciassimo a concentrarci sul "noi" più che sul "voi", capiremmo che abbiamo paura del "diverso" perchè abbiamo paura di noi stessi e che l'intolleranza, una volta penetrata nell'animo, lì rimane senza distinguer più tra ciò che è "nostro" e ciò che è "vostro".

Paradossale sorte quella dell'Occidente, alla ricerca continua più che di valori fondanti, di stampelle su cui reggersi: il tanto sbadierato "cemento" della religione infatti si nutre di paura e spinge all'azione violenta, mentre la sua "sorella minore", la fede, che va da due millenni ripetendo, almeno in ambito cristiano, "non abbiate paura" (è la frase che Cristo nei Vangeli usa con più ricorrenza) e "pax vobis", giace in disparte ignorata. Quanto di più sbagliato per se stessi e per gli altri in un'epoca la cui unica passione è la paura.



mercoledì 29 agosto 2007

Fede vs Religione/Politica

"La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata distrutta fino all'ultima pietra qualche città, allora si canta a quattro voci una canzone abbastanza lunga, composta in una lingua ignota a tutti coloro che hanno combattuto, e per di più infarcita di barbarismi."
(Nozione di Guerra dal Dizionario filosofico, Voltaire)

"In interiore homine habitat Deus"
Dio abita nell'interiorità dell'uomo
("De vera religione", XXXIX, 72). .... Sant'Agostino)


Viviamo in un'epoca in cui la strumentalizzazione della religione a fini politici conosce fasti insperati sino a qualche tempo addietro. La religione come identità, segno distintivo o fenomeno associativo; le dinamiche son le stesse, trasversali, a prescindere dal tipo di società o dal periodo storico. Il potere banalizza il fenomeno religioso relegandolo ad "instrumentum regni", ad estensione della propria influenza; il fenomeno religioso rispetta la corrispettività, barattando la propria purezza con una secolarizzazione che si traveste da partecipazione al comando.
Nulla di più lontano dalla fede, che parla ad ogni singolo uomo della grandezza del proprio Dio nell'intimità della coscienza. Fede allora diviene conversione, comprensione, gioia, pace; al polo opposto si colloca la religione come sistema, che con la sua insopprimibile tendenza a massificare banalizza il sacro, rendendolo accessibile ma anche profondamente lontano dalla sua vera natura. Intolleranza, violenza possono allora nascere e seminar morte senza che via sia alcun antidoto efficace.
Siamo dunque chiamati a distinguere la fede dalla religione per evitar generalizzazioni che confondano quanto di migliore possa sgorgar dall'animo umano da quanto può costituir la sua peggiore alienazione.

martedì 28 agosto 2007

Russia SOS

"Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta".
(Anna Politkovskaya su "Another Sky" nell'ottobre del 2006)

Anna Politkovskaya, giornalista di "Novaya Gazeta" (settimanale russo liberale ed indipendente)molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, è stata uccisa a colpi d'arma da fuoco il 7 ottobre del 2006 nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. Le agenzie di stampa 0ggi riportano le dichiarazioni rese dal procuratore generale Yuri Chaika secondo cui i magistrati russi hanno arrestato 10 persone in relazione all'omicidio della giornalista e che il gruppo potrebbe essere collegato anche all'uccisione del giornalista americano Paul Klebnikov nel 2004 e a quella del numero due della Banca centrale Andrei Kozlov.
Che dire? La vicenda assume di certo i torbidi contorni di una tragica spystory di ascendenza più sovietica che contemporanea, dimostrando come la transizione della Russia alla democrazia sia stata sofferta ed incompiuta. Dopo la sbornia liberista degli anno '90 sotto la presidenza Eltsin, artefice di una forte modernizzazione ideologica ed economica ma anche reponsabile della formazione di vasti oligopoli e del diffondersi della corruzione e dell'ingiustizia sociale, la Russia con Putin è tornata ad affacciarsi allo scenario mondiale in maniera quantomai aggressiva ed autoritaria, reprimendo all'interno l'opposizione politica ed intellettuale. Son proprio questi due elementi che possono quantomeno indurre a dubitare della versione fornita dal Cremlino: l'aggressività esterna ha infatti portato le forze armate all'uso del pugno di ferro nei confronti dell'opposizione cecena (la Politkovskaja godeva di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i "negoziatori privilegiati" dalla guerriglia, così come apparse fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka), genericamente bollata come "terrorista" agli occhi dell'opinione pubblica occindentale. La repressione interna ha messo a tacere i media oppositori del regime, monopolizzando giornali e televisioni con una fitta coltre propagandistica, che ha permesso al regime d'ottenere un elevato sostegno popolare.
Se si considera che la posizione da sempre sostenuta dai colleghi della «Novaya Gazeta» è che l'omicidio sia da ricondurre a una pubblicazione-denuncia sulle torture praticate da una sezione delle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramzan Kadyrov, fedele al Cremlino, ben si comprende come la giornalista russa fosse andata colla forza della penna contro due principi cardine del regime di Putin, troppi per uno Stato sempre più lontano dalla democrazia.

Mosaico

«Quando le membra del corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il bendiddio che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto erano ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.
(Apologo di Menenio Agrippa; Libri ab Urbe Condita, II, 32, Livio)


La realtà è un mosaico... le figure, i colori, le linee ed i motivi possono esser visti come metafore di persone, fatti, valori, idee. Ognuno ed ogni cosa concorrono a delineare un insieme che, nonostante la nitidezza semplificatrice dell'opera compiuta, si nutre di complessità; tutto infatti è parte e trova senso in un disegno maggiore che dà unicità alla pluralità. L'equilibrio raggiunto è pertanto sintesi; ogni tassello è necessario ed indispensabile a prescinder dalla grandezza, dal colore, dalle dimensioni o dalla posizione. Son proprio l'occhio e la mente di chi guarda dall'esterno ed ammira in prospettiva l'opera a veder la nascita del nuovo disegno ed a veder la maggior carica stilistica ed evocativa del tutto rispetto alla parte. Dove vi era soltanto un pugno di pietre funzionali solo a se stesse, ora vi è una più grande pietra che tutte le racchiude e le tiene unite senza far perder loro la propria individualità, il proprio esser magari simili ad altre ma non identiche, ovvero uniche. Spetta ad una mano sapiente d'artista prevedere coll'immaginazione tale opera nella consapevolezza che il mosaico necessita di ogni tassello, perchè il problema non è l'eccesso di materiale, ma magari la mancanza di abilità.
Ora fuor di metafora, assegnare ad ognuno un ruolo nel proprio gruppo organizzato significa avere una visione organicista (non collettivista) e non individualista dei rapporti personali e sociali, voler coniugare, sapendo l'esito positivo, giustizia ed utilità, trovare una sintesi tra una tesi ed un'antitesi.
Se la coscienza delle potenzialità di ognuno nel contesto allargato può sfuggire a chi si trova coinvolto nelle dinamiche sociali stesse, che se lasciate prive di guida perdono una direzione "ulteriore" che non sia quella della logica esclusione/inclusione tipica dei rapporti ddi forza, lo stesso non può verificarsi per chi si trova all' "esterno" del mosaico, ovvero "in alto" nella comunità, chi vede e spesso non provvede pur potendo: la classe dirigente largamente intesa.
Attualizzando il discorso, può ben sostenersi che l'individualismo, che oramai domina incontrastato il mondo globalizzato, con la sua forza centrifuga non più contrastata da forze centripete di matrice sociale, ha rotto un precario equilibrio negli individui come nelle società, generando ovunque accanto al benessere, paure, ingiustizie, disgregazione. Ed il dato paradossale è che nessuna visione organicista anima alcuna classe dirigente e nessuna eco, più comprensibilmente, si alza dal basso; l'individualismo è anzi sostenuto come risolutore di ogni problema e visto come fattore di progresso umano e materiale.
Ma se Cicerone ci insegna che la storia è "magistra vitae" ed apriamo gli occhi della mente, non può non notarsi la sostanziale vicinanza di due periodi che soltanto la cronologia fa divergere: mi riferisco alla "Belle Epoque" europea di inizio Novecento, ed alla "New Economy" americana di fine secolo. Entrambe artificialmente realizzate nei piaceri, nelle luci e nel "progresso" (non umano ma tecnonogico), entrambe dense di paure, violenza inespressa, insoddisfazione. Non a caso fu l' "inutile strage" (così Papa Benedetto XV definì il primo conflitto mondiale) a suggellare quanto lo spirito europeo stava esprimendo in quei convulsi anni, e sempre non a caso il XXI secolo è iniziato nel segno del terrorismo globale (vd. 11 settembre), del neocolonialismo (vd. guerre in Afghanistan in Iraq e forse in Iran), dei rapporti di forza tra superpotenze (il riarmo della Russia di Putin, la corsa al nucleare del regime iraniano di Ahmdinejad, le crecenti commesse militari della Cina postcomunista etc).
E ' soltanto partendo da questa visione che possono comprendersi l'attualità, che atomizza col le sue plurime manifestazioni il suo essere, ed il divenire storico. Continuare a decontestualizzare fatti ed idee, come sistematicamente fanno i mass media con l'opinione pubblica, serve sicuramente a mantenere lo "status quo", a concentrarsi sui sintomi e non sulla causa, ma non a capire. Il cambiamento allora diviene più lontano, si nutre di mancanza di consapevolezza e perde la sua ragion d'essere come la possibilità di armonia, solidarietà e pace dei singoli e dell'insieme. Il mosaico si è frantumato, perde tasselli senza che vi sia una mano d'artista disposta a riassemblarli.
A noi non resta che la rivoluzione della conoscenza, del dialogo, dell'integrazione. Quanto al resto, "spes ultima dea".