mercoledì 12 settembre 2007

Loreto controcorrente

"Il piacere dei giovani è la disubbidienza, il guaio è che oggi non ci sono più ordini."
(Jean Cocteau)
"I giovani hanno sempre il coragggio delle idee altrui."
(Ennio Flaiano)

I media italiani, specialmente televisivi, hanno giustamente dato molto risalto all'incontro dei giovani cattolici col pontefice Benedetto XVI avvenuto a Loreto il 1-2 settembre, ma per aspetti che alla luce di quanto visto e sentito appaiono marginali.
Mi spiego: è stato un successo, della Chiesa cattolica, del Pontefice stesso, apparso meno formale e più diretto e spontaneo, se non vicino alla moltitudine accorsa sul grande prato di Montorso, dell'Agorà, che ne ha curato l'organizzazione, della televisione, che ha sapientemente spettacolarizzato, tramite presentatori-attori alla conduzione e tramite le riprese di balli e canti, l'evento, sullo sfondo di una scenografia sapientemente assunta a contenitore evocativo di semplicità, paesaggistica, spirituale ed umana.
"Unicuique suum": a ciascuno il suo, e l'ideale di giustizia che da sempre lberga in noi ci impone di considerar l'aspetto più vivo e focale dell'incontro. Ribaltiamo la nostra prospettiva mentale. Non è il Papa che incontra i giovani, ma sono i giovani che incontrano il Papa, nelle loro intenzioni visto come non come Capo della Chiesa Cattolica, ma piuttosto come primo portatore di un Vangelo sempre più invocato come mezzo di redenzione generazionale.
Perchè dico questo? Perchè le parole devono tornare a rappresentare la realtà, e a non esser più strumento di banalizzazione o strumentalizzazione dei fatti (ogni riferimento al giornalismo italiano "istituzionale" è puramente voluto). E le parole e le immagini dei media han riferito tutto, fuorchè la presenza dei giovani, intesa non come dato numerico, ma come intreccio tra vita sofferenza, conversione e redenzione. Ci si è concentrati sul gesto del Papa di non leggere il discorso già preparato ma di interloquire spontaneamente, ma non si è detto che per la prima volta i giovani hanno avuto la possibilità di esser pienamanete se stessi, cantando, pregando, ascoltando le testimonianze, portando a conoscenza dell'opinione pubblica l'attuale difficoltà del crescere, dell'inserirsi nel mondo del lavoro, del superare le difficoltà psicologiche. A Loreto in realtà si è parlato dei veri problemi provenienti dal basso, è stata data voce agli ultimi; e lassù dove " si puote ciò che si vuole" si è cercato di proporre una verità, di farla vivere e fondere colla sofferenza e di proporla come occasione di rinascita, non entusiastica, e quindi effimera, ma umile e gioiosa, quindi duratura.
E' caduto un velo d'ipocrisia: la "pubblicità" mediatica manda solo gli aspetti positivi (culto dell'estetica, del successo, del benesere materiale) propone modelli sociali distorsivi e psicologicamente deleteri... ma poi tace sugli effetti più che collaterali, quindi eventuali, direi inevitabili: anoressia, tossicodipendenza, ansia, depressione sono etichette che parlano di disagio umano, sempre più occultato ma sempre meno latente.
I giovani oggi ne pagano un alto prezzo, essendo da sempre termometro infallibile di nuove tendenze, esigenze e problemi; è giusto che per una volta esprimano il proprio disagio, e lo hanno fatto senza cader nel risentimento o nell'odio, ma proponendosi, pur nella loro non più celata fragilità, come voce critica e come forza, non più materiale, ma spirituale, direi addirittura morale.
L'esser protagonisti tramite la debolezza condivisa comunitariamente potrebbe allora esser il griamaldello su un sistema che distribuisce disagio, esalta forza ed apparenza ma vien cambiato dall'interno porgendo l'altra guancia.

martedì 4 settembre 2007

Errori prospettici

"La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire"
"Nel tempo dell'inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario"
(George Orwell)

Il mondo ha svoltato a destra: forse è sempre stato dove è nato, ma sicuramente ha accelerato la sua corsa conservatrice a partir dal crollo dell'orso sovietico nel "lontano" 1991. Al contrario il braccio di ferro tra le due superpotenze (Usa vs Urss), durato più di quattro decenni, aveva creato, in particolare in Europa, un sistema misto sotto molteplici aspetti: in politica si fondevano socialismo e capitalismo, senza sconfinare nella rispettive degenerazioni del comunismo e del liberismo. In economia all'impresa privata si affiancava quella pubblica; in ambito religioso la laicità fungeva da spartiacque tra il fondamentalismo religioso ed il laicismo. Il Continente accoglieva i benefici di ciascun sistema rifiutandone gli eccessi. "In medio stat virtus".

Il crollo dell'impero sovietico ha dato il via ad una finta gara in cui i corridori son tanti ma in realtà il potenziale vincitore è unico per manifesta superiorità: gli Usa hanno esteso infatti il loro dominio non più solo su America ed Europa occidentale, parte dell' Africa e dell'Asia, ma sul mondo intero, con le uniche sempre più isolate eccezioni di Cuba, Corea del Nord, Iran e forse Cina. Globalizzazione, "pax americana" ed impero son sinonimi usati differentemente soltanto in relazione alla prospettiva. Ma parallelamente all'estensione "esterna", gli Stati uniti hanno conosciuto una profonda metamofosi "interna": da liberisti son diventati iperliberisti, estendendo il modello in tutto il globo senza più alcuna resistenza. Ora iperliberismo vuol dire progresso tecnologico e regresso umano, ricchezza ma anche disuguaglianza, ma soprattutto conservatorismo politico-economico unito ad ansia rivoluzionaria in campo morale, in particolare in ambito sessuale. In una parola destra, magari non nazionalista o fascista, forse pure democratica, ( i dubbi sorgono visti il ruolo della plutocrazia e dell'oligarchia nelle moderne società occidentali), a prescindere dal bipartitismo anglosassone in cui le due facce, democratica e repubblicana, appartengono alla stessa medaglia. Anzi più che destra, estrema destra.

Ora fatte queste premesse, come si può nel dibattito politico italiano, parlar di "sinistra radicale", di centro-sinistra e di centro-destra? Come può in ambito religioso parlarsi di laicismo? Rimanendo alla politica, se si prendono a riferimento i giusti modelli teorici, tutto il nostro sistema partitico appartiene alla destra (An ed Udc, Udeur, Margherita e vertici Ds, quindi Pd) se non all'estrema destra (Fi, Lega), con qualche sparuta minoranza, sempre più isolata negli ambiti nazionale d internazionale, al centro ( Rifondazione, Verdi Sdi e Sd) ed al centro-sinistra (Pdci). Esiste allora un unico Partito, come il Socing di orwelliana memoria. I mass-media ed i partiti di destra ci dicono che la sinistra è "radicale" soltanto per abbattere le ultime vestigia dello Stato sociale e per demonizzare come estremistico il moderato, ridotto ad innocua minoranza, che cerca di non conformarsi del tutto e che se estremizza, sbagliando, viene represso e posto in pubblica gogna (vd. brigatismo o terrorismo islamico o laicismo anticlericale). E dato che "tanto più fitto è il grano tanto meglio lo si taglia" la stessa strumentalizzazione colpisce l'islam o gli "stati canaglia" o la critica sociale interna. Gli estremismi allora crescono, la propaganda li giustifica e li sospinge, e noi stiamo a guardare.

lunedì 3 settembre 2007

Progresso/Regresso

"Il futurismo si fonda sul completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche. Coloro che oggi fanno uso del telefono, del telegrafo e del grammofono, del treno, della bicicletta, della motocicletta, dell'automobile, del transatlantico del dirigibile, dell'aeroplano, del cinematografo, del grande quotidiano, non pensano che queste diverse forme di comunicazione, di trasporto e d'informazione esercitano sulla loro psiche una decisiva influenza".
(Filippo Marinetti)
"Tutto scorre"
(Eraclito)
Progresso e regresso oggi convivono come un Giano bifronte: informatica, telematica, cibernetica, nanotecnologie, meraviglie ingegneristiche e quantaltro celebrano e vengon celebrate vieppiù come strumenti di realizzazione o di estensione di possibilità, esigenze e passioni umane. Il benessere materiale, il mito della velocità, l'estetica son tutti presupposti e corollari che fungono da scenografia a tale "avvento" tecnologico. Idillio perfetto, purchè non ci scordi che come mezzi, necessitano di un referente che dia loro un senso, un fine. Parlo dell'uomo, ovvero di noi stessi, che siam l'altra faccia del Giano, e costituiamo il regresso.
Esempi? Viviamo nel mondo della comunicazione, intesa più come mezzo di trasmissione di dati che come contatto tra persone distanti; la telefonia mobile la rete informatica ad esempio ci han resi tutti più vicini, interdipendenti e raggiungibili. Eppure se il contenente è degno di nota, di certo non lo è il contenuto; mai come oggi è pesante il fardello dell'incomunicabilità, nutrita da tanta parte della nostra superficialità ed avvinta all'abbraccio di egoismo ed ipocrisia. Lo stesso potrebbe dirsi in riferimento alla biotecnologia: la scienza gode di strumenti eccelsi, ma spesso il limite tra l'umano e l'anti-umano è labile (il sorgere della bioetica lo dimostra).
Progresso materiale e regresso umano son dunque oggi inversamente proporzionali, determinando un'asimmetria sempre più vistosa e pericolosa. Non è casuale che alla razionalità materiale e tecnologica, di matrice industriale e positivista, si affianchi sempre più un' irrazionalità umana di tipo simbolista, ben espressa nel mito del consumismo. Apollineo e dionisiaco di Nietsche tornano allora a fronteggiarsi, rendendo possibile se non probabile il ritorno della "madre di tutte le cose" (così la defivniva Darwin): la guerra, personale, ideologica o collettiva che sia.

sabato 1 settembre 2007

"Rassicurazioni" Generali

"Accipe nunc Danaum insidias, et crimine ab uno disce omnes".
Or ascoltate le malizie de' Greci; e da quest'uno conosceteli tutti.
(II libro dell' Eneide, vv.65-66, Virgilio)

Con generalizzazione viene indicato sia il processo cognitivo che la conoscenza risultante da questo processo.
La generalizzazione è il processo attraverso il quale viene associato ad una varietà di elementi/esperienze il medesimo
significato. Con generalizzazione viene indicato anche ciascun significato ottenuto attraverso questo processo.
La generalizzazione ha la
funzione di attenuatore di varietà degli elementi/esperienze allo scopo di semplificarne la gestione.(Definizione di "generalizzazione" dall'enciclopedia online Wikipedia)

Ma ora in Cristo Gesù voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini mediante la morte violenta di Cristo. Egli infatti è la pace. Lui che ha fatto le due parti le ha ridotte ad unità. Ha sbriciolato questa parete che sta in mezzo e che separa. Cioè l'inimicizia l'ha distrutta mediante la sua carne.

(Lettera agli Efesini, Cap.2 vv.-13-15)

Buone notizie: la globalizzazione sta riportando sempre più in auge uno sport che si pensava e sperava ormai caduto in disgrazia: la generalizzazione. L'evoluta materia grigia collettiva, testa d'ariete del progresso tecnologico (giustamente quanto di più benefico per la felicità con la F maiuscola), sembra oggi presa dalla compulsione alla semplificazione (eufemismo che andrebbe sostituito col legittimo titolare in campo: banalizzazione). Varietà, pluralità, sfumature più che come sinonimo di ricchezza eterogenea, vengon viste con irrefrenabile e malcelata diffidenza. Associazioni mentali altamente qualificanti come Islam=terrorismo, sinistra=comunismo, pace=ignavia, immigrazione=delinquenza, Occidente=progresso, Italia=delinquenza (vd. reazioni tedesche ed europee il plurice omicidio a Duisburg) , ebraismo=usura, si diffondono sempre più rapidamente nell'opinione pubblica senza incontrar resistenza. Ignoranza e paura, rispettivamente ed intercambilmente madre e figlia della stupidità, consumano indisturbate il lauto banchetto delle relazioni umane.

Siamo sulla difensiva: a prescinder da una reale od effettiva minaccia esterna (islamica, cinese, laicista etc) adottiamo sempre più la generalizzazione perchè percepiamo un pericolo, ci attiviamo ed abbiamo bisogno di creare un fantasma dai contorni netti contro cui cominciare l'inseguimento. Se soltanto cominciassimo a concentrarci sul "noi" più che sul "voi", capiremmo che abbiamo paura del "diverso" perchè abbiamo paura di noi stessi e che l'intolleranza, una volta penetrata nell'animo, lì rimane senza distinguer più tra ciò che è "nostro" e ciò che è "vostro".

Paradossale sorte quella dell'Occidente, alla ricerca continua più che di valori fondanti, di stampelle su cui reggersi: il tanto sbadierato "cemento" della religione infatti si nutre di paura e spinge all'azione violenta, mentre la sua "sorella minore", la fede, che va da due millenni ripetendo, almeno in ambito cristiano, "non abbiate paura" (è la frase che Cristo nei Vangeli usa con più ricorrenza) e "pax vobis", giace in disparte ignorata. Quanto di più sbagliato per se stessi e per gli altri in un'epoca la cui unica passione è la paura.



mercoledì 29 agosto 2007

Fede vs Religione/Politica

"La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata distrutta fino all'ultima pietra qualche città, allora si canta a quattro voci una canzone abbastanza lunga, composta in una lingua ignota a tutti coloro che hanno combattuto, e per di più infarcita di barbarismi."
(Nozione di Guerra dal Dizionario filosofico, Voltaire)

"In interiore homine habitat Deus"
Dio abita nell'interiorità dell'uomo
("De vera religione", XXXIX, 72). .... Sant'Agostino)


Viviamo in un'epoca in cui la strumentalizzazione della religione a fini politici conosce fasti insperati sino a qualche tempo addietro. La religione come identità, segno distintivo o fenomeno associativo; le dinamiche son le stesse, trasversali, a prescindere dal tipo di società o dal periodo storico. Il potere banalizza il fenomeno religioso relegandolo ad "instrumentum regni", ad estensione della propria influenza; il fenomeno religioso rispetta la corrispettività, barattando la propria purezza con una secolarizzazione che si traveste da partecipazione al comando.
Nulla di più lontano dalla fede, che parla ad ogni singolo uomo della grandezza del proprio Dio nell'intimità della coscienza. Fede allora diviene conversione, comprensione, gioia, pace; al polo opposto si colloca la religione come sistema, che con la sua insopprimibile tendenza a massificare banalizza il sacro, rendendolo accessibile ma anche profondamente lontano dalla sua vera natura. Intolleranza, violenza possono allora nascere e seminar morte senza che via sia alcun antidoto efficace.
Siamo dunque chiamati a distinguere la fede dalla religione per evitar generalizzazioni che confondano quanto di migliore possa sgorgar dall'animo umano da quanto può costituir la sua peggiore alienazione.

martedì 28 agosto 2007

Russia SOS

"Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta".
(Anna Politkovskaya su "Another Sky" nell'ottobre del 2006)

Anna Politkovskaya, giornalista di "Novaya Gazeta" (settimanale russo liberale ed indipendente)molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, è stata uccisa a colpi d'arma da fuoco il 7 ottobre del 2006 nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. Le agenzie di stampa 0ggi riportano le dichiarazioni rese dal procuratore generale Yuri Chaika secondo cui i magistrati russi hanno arrestato 10 persone in relazione all'omicidio della giornalista e che il gruppo potrebbe essere collegato anche all'uccisione del giornalista americano Paul Klebnikov nel 2004 e a quella del numero due della Banca centrale Andrei Kozlov.
Che dire? La vicenda assume di certo i torbidi contorni di una tragica spystory di ascendenza più sovietica che contemporanea, dimostrando come la transizione della Russia alla democrazia sia stata sofferta ed incompiuta. Dopo la sbornia liberista degli anno '90 sotto la presidenza Eltsin, artefice di una forte modernizzazione ideologica ed economica ma anche reponsabile della formazione di vasti oligopoli e del diffondersi della corruzione e dell'ingiustizia sociale, la Russia con Putin è tornata ad affacciarsi allo scenario mondiale in maniera quantomai aggressiva ed autoritaria, reprimendo all'interno l'opposizione politica ed intellettuale. Son proprio questi due elementi che possono quantomeno indurre a dubitare della versione fornita dal Cremlino: l'aggressività esterna ha infatti portato le forze armate all'uso del pugno di ferro nei confronti dell'opposizione cecena (la Politkovskaja godeva di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i "negoziatori privilegiati" dalla guerriglia, così come apparse fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka), genericamente bollata come "terrorista" agli occhi dell'opinione pubblica occindentale. La repressione interna ha messo a tacere i media oppositori del regime, monopolizzando giornali e televisioni con una fitta coltre propagandistica, che ha permesso al regime d'ottenere un elevato sostegno popolare.
Se si considera che la posizione da sempre sostenuta dai colleghi della «Novaya Gazeta» è che l'omicidio sia da ricondurre a una pubblicazione-denuncia sulle torture praticate da una sezione delle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramzan Kadyrov, fedele al Cremlino, ben si comprende come la giornalista russa fosse andata colla forza della penna contro due principi cardine del regime di Putin, troppi per uno Stato sempre più lontano dalla democrazia.

Mosaico

«Quando le membra del corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il bendiddio che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto erano ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.
(Apologo di Menenio Agrippa; Libri ab Urbe Condita, II, 32, Livio)


La realtà è un mosaico... le figure, i colori, le linee ed i motivi possono esser visti come metafore di persone, fatti, valori, idee. Ognuno ed ogni cosa concorrono a delineare un insieme che, nonostante la nitidezza semplificatrice dell'opera compiuta, si nutre di complessità; tutto infatti è parte e trova senso in un disegno maggiore che dà unicità alla pluralità. L'equilibrio raggiunto è pertanto sintesi; ogni tassello è necessario ed indispensabile a prescinder dalla grandezza, dal colore, dalle dimensioni o dalla posizione. Son proprio l'occhio e la mente di chi guarda dall'esterno ed ammira in prospettiva l'opera a veder la nascita del nuovo disegno ed a veder la maggior carica stilistica ed evocativa del tutto rispetto alla parte. Dove vi era soltanto un pugno di pietre funzionali solo a se stesse, ora vi è una più grande pietra che tutte le racchiude e le tiene unite senza far perder loro la propria individualità, il proprio esser magari simili ad altre ma non identiche, ovvero uniche. Spetta ad una mano sapiente d'artista prevedere coll'immaginazione tale opera nella consapevolezza che il mosaico necessita di ogni tassello, perchè il problema non è l'eccesso di materiale, ma magari la mancanza di abilità.
Ora fuor di metafora, assegnare ad ognuno un ruolo nel proprio gruppo organizzato significa avere una visione organicista (non collettivista) e non individualista dei rapporti personali e sociali, voler coniugare, sapendo l'esito positivo, giustizia ed utilità, trovare una sintesi tra una tesi ed un'antitesi.
Se la coscienza delle potenzialità di ognuno nel contesto allargato può sfuggire a chi si trova coinvolto nelle dinamiche sociali stesse, che se lasciate prive di guida perdono una direzione "ulteriore" che non sia quella della logica esclusione/inclusione tipica dei rapporti ddi forza, lo stesso non può verificarsi per chi si trova all' "esterno" del mosaico, ovvero "in alto" nella comunità, chi vede e spesso non provvede pur potendo: la classe dirigente largamente intesa.
Attualizzando il discorso, può ben sostenersi che l'individualismo, che oramai domina incontrastato il mondo globalizzato, con la sua forza centrifuga non più contrastata da forze centripete di matrice sociale, ha rotto un precario equilibrio negli individui come nelle società, generando ovunque accanto al benessere, paure, ingiustizie, disgregazione. Ed il dato paradossale è che nessuna visione organicista anima alcuna classe dirigente e nessuna eco, più comprensibilmente, si alza dal basso; l'individualismo è anzi sostenuto come risolutore di ogni problema e visto come fattore di progresso umano e materiale.
Ma se Cicerone ci insegna che la storia è "magistra vitae" ed apriamo gli occhi della mente, non può non notarsi la sostanziale vicinanza di due periodi che soltanto la cronologia fa divergere: mi riferisco alla "Belle Epoque" europea di inizio Novecento, ed alla "New Economy" americana di fine secolo. Entrambe artificialmente realizzate nei piaceri, nelle luci e nel "progresso" (non umano ma tecnonogico), entrambe dense di paure, violenza inespressa, insoddisfazione. Non a caso fu l' "inutile strage" (così Papa Benedetto XV definì il primo conflitto mondiale) a suggellare quanto lo spirito europeo stava esprimendo in quei convulsi anni, e sempre non a caso il XXI secolo è iniziato nel segno del terrorismo globale (vd. 11 settembre), del neocolonialismo (vd. guerre in Afghanistan in Iraq e forse in Iran), dei rapporti di forza tra superpotenze (il riarmo della Russia di Putin, la corsa al nucleare del regime iraniano di Ahmdinejad, le crecenti commesse militari della Cina postcomunista etc).
E ' soltanto partendo da questa visione che possono comprendersi l'attualità, che atomizza col le sue plurime manifestazioni il suo essere, ed il divenire storico. Continuare a decontestualizzare fatti ed idee, come sistematicamente fanno i mass media con l'opinione pubblica, serve sicuramente a mantenere lo "status quo", a concentrarsi sui sintomi e non sulla causa, ma non a capire. Il cambiamento allora diviene più lontano, si nutre di mancanza di consapevolezza e perde la sua ragion d'essere come la possibilità di armonia, solidarietà e pace dei singoli e dell'insieme. Il mosaico si è frantumato, perde tasselli senza che vi sia una mano d'artista disposta a riassemblarli.
A noi non resta che la rivoluzione della conoscenza, del dialogo, dell'integrazione. Quanto al resto, "spes ultima dea".

domenica 26 agosto 2007

"Ahi serva Italia"

"Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!"
Purgatorio, Canto VI, vv. 76-78

Nel bel mezzo non del "cammin di nostra vita", (anche se ben possiam dire di trovarci in una "selva oscura") ma del "revival" di antipolitica che ultimamente scuote strati via via crescenti di opinione pubblica in Italia, promettendo più che rovesci sparsi una vera e propria tempesta, ("Memento" Mani Pulite), Contribuenti.it, un’associazione che tutela gli interessi dei contribuenti italiani, ha condotto uno studio volto all’analisi della flotta di auto con conducente a disposizione dei dipendenti di Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private.
Il risultato dell’indagine è un per nulla invidiabile record mondiale per l’Italia, risultato il Paese con il più elevato numero di auto blu al mondo: 574.215 automobili.Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti d’America: 73.000 (!), Francia 65.000, Gran Bretagna 58.000, Germania 54.000, Turchia 51.000, Spagna 44.000, Giappone 35.000, Grecia 34. 000 e Portogallo 23.000.Il problema non sembra avere soluzione: dal 2001 al 2006, alla voce «noleggio di automezzi» nel bilancio delle spese che gravano sulle casse dello Stato si è verificata una vera impennata; i costi sono cresciuti da 28 a 140 milioni di euro, pari a un aumento reale del 357%.
I numeri parlano da soli e sono lo specchio di un fenomeno di più vaste dimensioni: senza generalizzare, può ben affermarsi che la politica nella sua interezza e salvo rare eccezioni che confermano la regola, ha perso, se mai in Italia l' ha avuta, la sua funzione di guida morale e quel rapporto di trasparenza col corpo elettorale che è alla base di una sana ed efficiente democrazia. Leggi, tagli alle spese e altisonanti proclami non possono mutare l'impressione che la politica attuale si sia mutata il lobby e la convinzione che solo un rinascimento etico-politico e sociale che parta dai settori più illuminati della società civile per espandersi all'intera base della comunità sino a raggiungere le classi dirigenti, possa davvero cambiar le cose.

Manuele II Paleologo, Ratzinger "ante litteram"

Il motto di Benedetto XVI è:
"Nos ergo debemus sublevare huiusmodi, ut cooperatores simus veritatis"
Noi dobbiamo innalzarci a tal punto da essere cooperatori della Verità

L'elezione dell' allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger, al soglio di Pietro nel non troppo lontano 19 aprile del 2005, è stato senza alcun dubbio un elemento di forte originalità nella vita della Chiesa Cattolica, parlando "a posteriori"; a "priori" al contrario, il ruolo da lui ricoperto all'interno della Curia, la sua età, la sostanziale omogeneità di vedute col Papa polacco e la grande personalità di quest'ultimo, prima artefice della poderosa espansione del messaggio evangelico nel mondo globalizzato e del rinnovato prestigio internazionale, eran tutti elementi che si traducevano, nella visione collettiva comune, in un'attesa quasi certa di un pontefice di transizione, semplice custode e puntuale esecutore di decisioni, idee e linee pastorali, politiche e diplomatiche già prospettate dal suo predecessore Giovanni Paolo II. Nessuna innovazione all'orizzonte, ma sostanziale continuità nella tradizione wojtilyana. Le differenze caratteriali, biografiche, ideali tra i due ed il divenire storico non apparivano capaci d'incidere in senso innovativo sul percorso ratzingeriano, sebbene sia all'interno della Chiesa che fuori di essa (ma più all'interno...), la domanda di cambiamento fosse palpabile.
Non è stato così. Tralasciando gli aspetti che investono il suo ruolo di Capo di Stato e concentrandoci su quello, certamente più rilevante, di Capo della Chiesa Cattolica, non può non destar sorpresa la rivoluzione che Papa Bendedetto XVI, sin dai primi passi mossi come successore di Pietro, ha rappresentato sul piano dell'approccio pastorale. Il differente carattere, i diversi trascorsi biografici tra Wojtyla e Ratzinger, se non hanno intaccato la struttura ideologica e le linee-guida del nuovo pontificato, rendendolo in molti casi ( vd. la morale sessuale, il celibato sacerdotale, il rapporti tra fede e ragione, il dialogo interreligioso, l'attenzione alla realtà asiatica, l'antimodernismo, la critica al consumismo, etc) quantomai fedele, se non pedissequo, al passato prossimo, hanno però determinato una profonda svolta nell'approccio pastorale.
E' improvvisamente apparso sulla scena un Papa della Parola e del "logos" che ha soppiantato l'immagine del precedente, il Papa dei gesti e degli slanci profetici. La Chiesa che, coerentemente col dettato conciliare, si apre al mondo ed in particolare alla gioventù ( fu proprio Giovanni Paolo II ad istituire le Giornate Mondiali della Gioventù; basti soltanto pensare a come si rivolse nel raduno di Tor Vergata del 2000 alle nuove generazioni ivi presenti: "Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino"), che evangelizza l'umanità intera, delusa dal crollo del marxismo, l'ennesima illusione ideologica, ma già sofferente per il nuovo sogno consumista, per mezzo dei mass-media globali e dell'incessante sforzo missionario, itinerante per il mondo intero, vede subentrare la Chiesa del principio di ordine intellettuale e pratico robustamente fondato sul piano teologico. L'empatia, che provvidenzialmente ha aperto i cuori e attirato le menti, è affiancata ora dalla riflessione, dal rigore, dalla mitezza che sedimenta quanto l'entusiasmo può lasciarsi sfuggire.
Un Papa quindi tradizionalista (dall'apertura ai movimenti lefebrviano con l'affiancamento della Messa di Pio V a quella di Paolo VI, la simpatia per il ritorno dei canti gregoriani nella liturgia, l'uso di paramenti rinascimentali, come il camauro, simbolo dei Papi-Principi, sino al rapporto con le altre professioni cristiane o alla visione della storia mondiale degli ultimi due secoli, chiaramente antiprogressista, alla chiusura nei confronti della Teologia della Liberazione di Jon Sobrino), talvolta controverso (vd. inchiesta della BBC col video "Sex Crimes and Vatican", relativo al " crimen sollicitationis"; sul ruolo di Raztinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in riferimento allo scandalo pedofilia che ha rischiato di travolgere l'immagine e le casse della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti, è in corso un'indagine della magistratura texana, che probabilmente non avrà ulteriore esito per via del ricorso alla "immunity suggestion"), a volte troppo "sincero" (vd. discorso all' Università di Ratisbona) o "partigiano" (casi Sobrino, Tadeusz Rydzyk, il controverso direttore antisemita di Radio Maryia, accolto in Vaticano, e Lefebvre "docent"), sicuramente "necessario", innovativo nella tradizione (vd. sopra), mai banale e ripetitivo, sempre profondo e rigoroso, a tratti sorprendente nella carica emotiva che è capace di suscitare ( l'enciclica "Deus Caritas Est" ne è la dimostrazione), saldo nei propri principi e nelle proprie idee.
Quanto al resto, "ai posteri l'ardua sentenza".

giovedì 23 agosto 2007

Pena di morte nel mondo


Blu: Abolita per tutti i crimini.
Verde: Abolita per tutti i crimini tranne in circostanze eccezionali (come la guerra).
Arancione: Legale ma mai utilizzata o non utilizzata da molto tempo.
Rosso: Usata come forma legale di punizione.


La mano del boia arretra progressivamente. Nel 2006 le esecuzioni sono scese a 1.591 rispetto alle 2.148 dell’anno precedente, anche se il numero dei paesi che l’hanno applicata è cresciuto (25 rispetto ai 22 del 2005). Oggi 128 paesi nel mondo hanno abolito la pena di morte, divisi fra gli 88 abolizionisti di diritto, i 29 che da oltre 10 anni non eseguono più condanne e gli 11 paesi che la prevedono in caso di crimini eccezionali. Fra i 69 che mantengono in vigore la pena capitale molti meno emettono condanne capitali (le 3.861 emesse l’anno scorso si riferiscono infatti a 55 paesi), e il 91 % delle esecuzioni nel 2006 è avvenuta in soli sei paesi. Il primato spetta ancora alla Cina – che consente la pena di morte anche per reati finanziari e di corruzione - con oltre 1000 esecuzioni ufficiali, anche se Amnesty non esclude il numero effettivo si aggiri intorno alle 7.500 e le 8.000 persone. Oltre al Pakistan e al Sudan a destare maggiori preoccupazioni sono Iraq e Iran. A Baghdad infatti, dalla reintroduzione della pena capitale nel 2004, 270 persone sono finite nel braccio della morte e almeno 100 sono state giustiziate mentre Teheran ha ordinato 177 esecuzioni, il doppio del 2005. Eppure qualcosa si sta muovendo, il parlamento iraniano sta considerando una proposta di legge a tutela dei minorenni, mentre negli Stati Uniti (53 esecuzioni nel 2006 e circa 3200 persone nel braccio della morte) molte esecuzioni si sono fermate a causa di ricorsi legali e delle “preoccupazioni sull’umanità dell’iniezione letale”. Ma nel frattempo nel mondo fra 19.000 e 24.000 persone restano in attesa di un’esecuzione.
Se questi sono i dati, come giudicare la "perla" del sistema sanzionatorio dell' "Ancien Regime", se non che riesce a compattare efficacemente quattro principi diversi, talvolta antitetici, come giustizia, utilità, efficacia e pietà nella sua ferma condanna ?
Cesare Beccaria, inaugurando un nuovo corso nella riflessione giuridico-penale e più in generale nella sensibilità occidentale, diceva in " Dei delitti e delle pene": « Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio ».
Garantismo vero su temi veri, non garantismo di facciata per coprir l'ingiustizia e giustificar l'impunità ( vd. reazioni mediatiche ai casi che hanno esposto l'Italia all'europeo ludibrio: Mani Pulite, Affittopoli, Calciopoli, Vallettopoli etc).

mercoledì 22 agosto 2007

Pubblicità

immagine tratta dal sito http://www.rainews24.rai.it/

"...E' un aspetto, questo, dello strano mestiere di cronista che non cessa di affascinarmi e al tempo stesso di inquietarmi: i fatti non registrati non esistono. Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta gente viene perseguitata, torturata e uccisa! Eppure se non c'è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro è come se questi fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenze, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta. E' una triste constatazione; ma è così ed è forse proprio questa idea - l'idea che con ogni piccola descrizione di una cosa vista si può lasciare un seme nel terreno della memoria - a legarmi alla mia professione..."
(Tratto da: "Un indovino mi disse" di T. Terzani).


Più di 3.680 soldati americani e all'incirca 40000 iracheni sono morti da quando le forze a guida statunitense hanno invaso l'Iraq nel 2003, destituendo il governo di Saddam Hussein.
Se la prima parte del dato, relativa ai militari americani morti, non può sorprenderci, visto il continuo aggiornamento operato dai media occidentali "indipendenti", ben maggior sorpresa mista a dolore dovrebbe suscitar in noi la seconda parte, contenete il bilancio dei morti iracheni, nella stragrande maggioranza dei casi civili, quindi donne, bambini, anziani e uomini disarmati.
Non passa giorno che le televisioni "embedded", dalla Cnn alla Bbc passando per Fox News, vere leader dell'informazione globale, non mostrino gli effetti delle aggressioni violente che i guerriglieri apportano a postazioni militari, sedi diplomatiche, rappresentanze commerciali di multinazionali, poati di blocco col connesso spesso tragico bilancio di morti civili iracheni. L'associazione mentale automatica indotta in chi guarda è pertanto terrorismo=violenza=morte. Una verità, senza dubbio, ma parziale, perchè non contestualizzata; fuorviante pertanto, menzognera.
L'immagine tratta dal sito di Rainews24 mostra come l'aviazione americana abbia usato sulla popolazione civile a Falluja, il fosforo, sostanza chimica capace di bruciare corpi o addirittura di scioglierli. Eppure senza il lodevole apporto di Sigfrido Ranucci, autore dell'inchiesta "In nome del petrolio - la verità scomoda", nulla si sarebbe saputo, sebbene il clamore suscitato sia stato minimo sui media nazionali ed internazionali rispetto al più comune dei fatti di sangue. Nessuna immagine di corpi carbonizzati o di urla terrorizzate nella notte dei bombardamenti; troppo facile sarebbe stata l'equazione Aviazione americana=fosforo=terrore=morte. Soltanto un complice silenzio è quel che si è levato, lo stesso che assordò l'opinione pubblica occidentale agli inizi della guerra, quando i civili erano obiettivi di una strategia volta al crollo del regime di Saddam Hussein per mancanza di sostegno interno di fronte alla follia della guerra. Due pesi, due misure. "Vae victis".
Non siamo allora autorizzati ad unire le due parti della verità e a convincerci che la guerra di aggressione americana ha creato di gran lunga più morti e sofferenze di abbia fatto quel che soltanto tendenziosamente può chiamarsi "terrorismo iracheno", e perdipiù per motivazioni assai meno nobili e giustificabili, se non nella , logica del profitto? Cosa penserebbe allora l'opinione pubblica americana "in primis" e occidentale in "secundis", della campagna irachena in quetsa nuova ottica?
Le moderne democrazie plutocratiche debbono infatti pur reggersi sul sostegno popolare, che non può esser bypassato da governi e centri di potere economico, col la sola non marginale differenza rispetto al passato che il "mezzi di persuasione-comunicazione" posson ben manipolarlo senza che nessuna voce controcorrente si alzi. La mobilitazione pubblica negli anni della guerra al Vietnam dimostra come gli interessi siano più forti del dissenso, ma anche che senza dissenso lo son ancor di più.
Nell'epoca dell'iperinformazione, non vi è più informazione, quando c'è è parziale: si è trasformata, in altre parole, in pubblicità.

martedì 21 agosto 2007

"5 minutes to Midnight"


"Io non so con quali armi sarà combattuta la III Guerra Mondiale, ma so che la IV Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni"; "il mondo non è stato pensato per essere una prigione in cui l'uomo attende la sua esecuzione": parole sacrosante quelle pronunciate dal fisico tedesco A.Einstein e dal Presidente americano J.F.Kennedy, ma purtroppo ancora inascoltate. Sono infatti le 23.55 per il "Doomsday Clock", lo spaventoso “Orologio del Giorno del Giudizio” che segna il conto alla rovescia verso la guerra nucleare. Si è mosso in avanti di due minuti e ne mancano solo cinque a mezzanotte.
Il "Bulletin of Atomic Scientists", la rivista fondata da alcuni dei fisici del Progetto Manhattan che dal 1947 registra il pericolo di conflitti atomici muovendo avanti e indietro le lancette del grande orologio situato nell’Università di Chicago, ha fornito tre motivazioni per lo spostamento verso l’apocalisse:
Anzitutto le 27,000 testate nucleari sparse per il mondo, 2000 delle quali pronte al lancio nel giro di pochi minuti. Sebbene i media occidentali battano continuamente notizie riguardanti l'escalation riguardante Paesi del Terzo Mondo come Iran, Pakistan, Corea del Nord, India, fomentando la paura globale del "terrorismo nucleare" dei c.d. Paesi canaglia", appare assai improbabile un loro diretto convolgimento nell'impiego di tali ordigni, eccezion fatta a fini di deterrenza. Rimane allora il problema del "Primo Mondo" (U.s.a. e Russia in testa), sempre più votato al riarmo per fini di controllo geopolitico a livello globale, incurante dei danni potenziali ed attuali che possono essere arrecati al pianeta ed all'umanità stessa in termini che vanno dalla sicurezza alla sopravvivenza stessa.
Poi i cambiamenti climatici, che minacciano di distruggere molti degli habitat della specie umana.
Infine lo sviluppo di alcune tecnologie moderne: le biotecnologie, sempre più diffuse e sempre meno controllate, e le nanotecnologie.

Secondo le decine di scienziati (tra cui diciotto premi Nobel) che costituiscono il comitato scientifico del Bulletin “Siamo sull’orlo di una seconda era nucleare. Il mondo non si trova cosi’ tanto in pericolo da quando nel 1945 furono sganciati i primi ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki”.
Insomma, è il momento peggiore perlomeno dal 1984, quando l’escalation nucleare di Ronald Reagan portò l’orologio a soli tre minuti dalla fine. Il massimo pericolo è stato raggiunto nel 1953, anno di test nucleari sia per l’Urss che per gli Usa: il "Doomsday" segnava le 23.58.
Il momento migliore è stato invece il 1991, quando il crollo dell’Unione sovietica e l’entrata in vigore del trattato Start ("Strategic Arms Reduction Treaty") lo riportò indietro fino a diciassette minuti dalla fine del mondo. Ma nel 1995 il "Bulletin" si rese conto che le spese militari erano ritornate ai livelli della guerra fredda. Da allora il "Doomsday Clock" non ha mai smesso di riavvicinarsi all’ora X.

"La terra non è un'eredità dei nostri genitori, ma un prestito dei nostri figli" (Proverbio indiano).

venerdì 1 giugno 2007

Antigone



Le guerre in Afghanistan ed in Iraq, emblema del nuovo volto dell'Occidente a seguito dell'11 settembre, hanno posto sul tappeto il problema della necessità o meno del salvataggio di giornalisti, operatori umanitari, medici e più in generale civili, da parte delle rispettive autorità nazionali, in caso di loro rapimento. Le diverse posizioni al riguardo rispecchiano non soltanto i differenti orientamenti politici, ma anche le diverse radici culturali su cui s'innestano i vari Paesi in guerra e permettono un parallelismo letterario che evidenzia la storica rilevanza degli opposti poli.

Nella tragedia di Sofocle "Antigone", l'omonimo personaggio incarna i valori eterni ed immutabili della "pietas", le ragioni individuali, morali e religiose in contrapposizione al senso dello Stato, al bene comune, alla legge formale rappresentate dal re di Tebe Creonte; il suo rifiuto di rispettare l'editto regale che le vieta la sepoltura del fratello Polinice è infatti racchiuso in questo ossimoro. Secoli dopo sarà Cristo stesso a riformare col comandamento dell'amore il decalogo di Mosè e dar pienezza all'umanesimo greco-romano. La società è funzionale all'individuo, come le regole lo son per l'uomo, e non viceversa.

Venendo ai nostri giorni, e concentrando l'attenzione sul nostro Paese, non possiamo non dirci favorevoli ad una soluzione che tuteli la vita e l' incolumità dei nostri concittadini, per quanto apparentemente cedevole e perdente, e dobbiamo rifiutare qualsiasi ideologica e formale esaltazione del bene comune. Trattare con i terroristi è non solo giusto e conforme alla "pietas", ma anche utile, perchè l'esperienza storica dimostra come perdere una battaglia non significa compromettere gli esiti della guerra. Tanto più in una terra dove le ascendenze greco-romane si son fecondamente fuse con la rivalutazione della persona operata dal cristianesimo, per culminare nella Firenze rinascimentale con l'affermazione della libertà e della dignità individuali. I casi Sgrena e Mastrogiacomo, pur nella diversità della rappresentanza politica interna, dimostrano come i nostri governi non abbiamo che recepito quanto naturalmente promana dalla nostra tradizione.






mercoledì 2 maggio 2007

Apocalipse Now


foto e dati dal sito www.peacereporter.net
  1. Iraq 80 mila morti dal 2003
  2. Israele-Palestina 5 mila morti dal 2000
  3. Libano 1.200 dal 2006
  4. Turchia-Kurdistan 40 mila morti dal 1984
  5. Afghanistan 25 mila morti dal 2001
  6. Pakistan-Waziristan 3 mila dal 2004
  7. Pakistan-Balucistan 450 morti dal 2005
  8. India-Kashmir 90 mila morti dal 1989
  9. India-Nordest 50 mila morti dal 1979
  10. India-Naxaliti 6 mila morti dal 1967
  11. Sri Lanka-Tamil 68 mila morti dal 1983
  12. Birmania-Karen 30 mila morti dal 1988
  13. Thailandia-Sud 2 mila morti dal 20044
  14. Filippine-Mindanao 150 mila morti dal 1971
  15. Filippine-Npa 40 mila morti dal 1969
  16. Russia-Cecenia 250 mila morti dal 1994
  17. Georgia-Abkhazia 28 mila morti dal 1992
  18. Georgia-Ossezia 2.800 morti dal 1991
  19. Algeria 150 mila morti dal 1991
  20. Costa d’Avorio 5 mila morti dal 2002
  21. Nigeria 11 mila morti dal 1999
  22. Ciad 50 mila morti dal 1996
  23. Sudan-Darfur 2 mila morti dal 2003
  24. Rep.Centrafricana 2 mila morti dal 2003
  25. Somalia 500 mila morti dal 1991
  26. Uganda 20 mila morti dal 1986
  27. Congo R.D. 4 milioni di morti dal 1998
  28. Colombia 300 mila morti dal 1964
  29. Haiti 1.500 morti dal 2004

"Carta Canta". Nel mondo sono in corso 29 guerre e il rumore delle armi comincia già a farsi sentire in altri 10 paesi. Bisogna tornare indietro nel tempo, direttamente alla seconda guerra mondiale, se si vuol trovare una situazione tanto drammatica umanitariamente e geopoliticamente. I media occidentali bombardano continuamente l'opinione pubblica sui conflitti in Iraq, Afghanistan, Libano e Palestina, data la stretta correlazione di interessi economici, militari, politici e sociali, ma ciò non ci esime dall'informarci e dal rammentarci che il sangue, che ha per tutti lo stesso colore, scorre abbontandemente, spesso da decenni, in altri 24 paesi nel silenzio più assoluto. Su cinque continenti, 3 (America, Europa, Oceania), vivono nel benessere materiale ed in pace, 2 (Africa e Asia) conoscono la guerra, la morte e la sofferenza fisica e morale. Se il panorama di tanta ingiustizia già di per sè dovrebbe disarmarci ed indurci al cambiamento, non berremmo forse un calice ancora più avvelenato nel saper che quei fratelli, sono anche "figli", spesso condannati a morte, del nostro sistema del consumo? "Intelligenti pauca".

sabato 21 aprile 2007

Stop Blackburgs


La strage avvenuta il 17 aprile a Blacksburg, presso il campus Virginia Tech, col suo macabro bilancio di 33 morti e 28 feriti, costituisce una tragica evenienza dotata certamente di una forte carica simbolica non meno di una sua, per quanto latente, logica. L'impatto emotivo che ogni scia di sangue lascia sull' opinione pubblica, strumentalizzato dai massmedia, soprattutto televisivi, non va rinnegato proprio in nome della dovuta compartecipazione al dramma, ma necessita della comprensione per tradursi, se veramente vissuto, in cambiamento.

Le 12 maggiori stragi che hanno insanguinato scuole ed atenei americani ( di cui 10 sono avvenute negli ultimi 15 anni) hanno una unico minimo comun denominatore accanto alla follia omicida dei singoli: le armi da fuoco. Se allarghiamo quindi il nostro campo di osservazione constatiamo che negli Stati Uniti su una popolazione di 300 milioni di persone circolano 200 milioni di armi da fuoco. Circa una famiglia su tre possiede un'arma. Ogni tre omicidi, due vengono commessi sparando. Secondo una ricerca dello scorso anno elaborata dalla Harvard School of Public Health, una particolare classifica stilata secondo il possesso di fucili e pistole, nei 12 Stati con più armi pro capite, rispetto ai 12 che ne hanno meno, il tasso di omicidi per arma da fuoco è più alto del 114 per cento. I morti complessivi, sono 36000, i feriti 80000: uno stillicidio paragonabile soltanto ad una guerra civile.

Un altro dato consente di formulare un' osservazione conclusiva: in Canada su una popolazione di 30 milioni di persone circolano 7 milioni di armi da fuoco, ma il numero di morti è drasticamente inferiore e la delinquenza da aggressione è quasi nulla. L'arma è quindi è uno strumento, padrone rimane il soggetto che la detiene: è il comportamento individuale a determinare l'esito positivo o negativo di un'azione. Ma se il mezzo in questione, ovvero l'arma da fuoco, ha una innata carica di offesa oltre che di difesa e una spiccata potenzialità stragista, e se il soggetto è inglobato in una società che si fonda su paura violenza e consumi e tende a "privatizzare" la conflittualità sociale, è quantomeno lecito ipotizzare che render molto più rigoroso l'accesso alle armi da parte dei privati ridurrebbe significativamente un 'altra Blacksburg.

martedì 17 aprile 2007

Economia solidale





Dedicare uno spazio al Premio Nobel per la pace 2006 Muhammad Yunus significa parlar non soltanto di profitto ed investimento, ma anche di fiducia e solidarietà, e veder avverati due concetti che il consumismo vuol surrettiziamente dividere: utile e giusto.

Dopo una lunga e silenziosa attività di studio e di analisi in cui ha sperimentato una pratica finanziaria nuova e alternativa nelle aree rurali del Bangladesh, nel 1983 Yunus ha fondato la Grameen Bank, che attualmente conta 1.084 filiali, 12.500 lavoratori; 2 milioni e 100mila clienti in 37mila villaggi. Il 94% per cento dei clienti della banca sono donne.

Il sistema creditizio da lui inventato è semplice ed efficace: vengono concessi piccolissimi prestiti a persone molto povere (la povertà è definita in termini di possesso della terra e di situazione familiare), a prescinder da garanzie patrimoniali e senza alcun tipo di raccolta iniziale di risparmio. Vengono formati gruppi di 5 potenziali clienti; la prima fase vede la concessione del prestito solo a due di essi mentre la seconda, eventuale, vede coinvolti i rimanenti tre soltanto qualora gli altri due abbiano adempiuto ai propri obblighi. Si crea così una responsabilità solidale che spinge i poveri a non tradire la fiducia concessa a favore non soltanto del proprio, ma anche dell'altrui interesse. Il 98% del denaro prestato è stato infatti restituito.

Finanza pertanto non come filantropia, ma neanche come sfruttamento, e povertà non soltanto come gravosa situazione personale, ma anche come causa di conflitti sociali, guerre, terrorismo. Vuol dire avere una visione globale, vincente, in un mondo che spesso vive di una globalizzazione di facciata, perdente.

lunedì 16 aprile 2007

Impossibile is nothing


Il Darfur, nonostante la fitta coltre di silenzi e reticenze da parte dei mezzi di comunicazione mondiali tenti di minimizzarne la portata, vive allo stato attuale la più grande crisi umanitaria del mondo. La recrudescenza conosciuta dal conflitto a partire dalla seconda metà del 2006 si è accentuata nei primi mesi del 2007. I dati stessi lasciano poco spazio all' interpretazione: attualmente circa 10 mila persone al mese perdono la vita a causa degli scontri tra milizie Janjaweed e ribelli, della mancanza di cibo ed acqua, delle precarie condizioni sanitarie, degli stenti; 300 mila è il numero di morti, approssimativo, dallo scoppio della crisi nel 2004; 4 milioni di persone, ovvero i due terzi della popolazione, soffrono le conseguenze del conflitto, di cui metà sono sfollati che vivono a livelli di sussistenza in 700 campi di accoglienza, mentre altri due milioni risiedono in comunità locali che prestano loro accoglienza; 1600 i villaggi distrutti da truppe governative e milizie.

La coscienza occidentale, per quanto reticente e lenta sia alla parola che all'azione, incline all'oblio o alla denuncia a seconda dell'interesse economico prevalente, vede oggi il muro del silenzio lentamente cadere: i numeri non accettano compromessi, i precedenti storici non lasciano adito ad alternative. La tragedia del Ruanda, a distanza di poco più di un decennio, con i suoi 800mila morti, ancora oggi ricorda, che la complicità si nutre non soltanto in senso commissivo, ma anche omissivo, e che i processi postumi possono alleviare ma non cancellare il senso di colpa. E soprattutto che la gravità della situazione umanitaria, deve da sola guidare la coscienza dell'Occidente a quello slancio che può e deve realizzarsi.








domenica 15 aprile 2007

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Iniziare una nuova avventura sulla carta stampata non è mai semplice, tantomeno quando si vive in una società che, soprattutto a livello giovanile, ne ha decretato il superamento quale via di comunicazione fondamentale; il dilagare delle possibilità che lo strumento informatico oggi offre sono sotto gli occhi di tutti e la rapidità, la freschezza e la gratuità che questo garantisce sono armi difficilmente acquisibili dal mezzo cartaceo. Non a caso oggi può ben definirsi internet come il mass media per antonomasia, l'unico dotato di una propria autonoma specificità e l'unico capace di influenzare i rimanenti .

Quanto detto non ci impedisce di assegnare al periodico stampato un ruolo tuttaltro che marginale nell'informazione, non soltanto per il filo di continuità storica che lo rende più "radicato", ma anche per la sua maggiore capacità di evocare accanto al dato immateriale, informativo, un altro materiale che invera e rende tangibile e meno sfuggente il primo.

Se ciò è vero nel grande, lo è anche nel piccolo: l'università è il luogo deputato all'emergere di nuove esigenze che il dato anagrafico ed i moderni cambiamenti impongono di ascoltare, senza per questo rinunciare alla riflessione, alla condivisione di idee ed esperienze che fissate nella pagina possono trasformarsi in un' occasione di incontro, di dono, di vita.