"Il piacere dei giovani è la disubbidienza, il guaio è che oggi non ci sono più ordini."(Jean Cocteau)
"I giovani hanno sempre il coragggio delle idee altrui."
(Ennio Flaiano)
I media italiani, specialmente televisivi, hanno giustamente dato molto risalto all'incontro dei giovani cattolici col pontefice Benedetto XVI avvenuto a Loreto il 1-2 settembre, ma per aspetti che alla luce di quanto visto e sentito appaiono marginali.
Mi spiego: è stato un successo, della Chiesa cattolica, del Pontefice stesso, apparso meno formale e più diretto e spontaneo, se non vicino alla moltitudine accorsa sul grande prato di Montorso, dell'Agorà, che ne ha curato l'organizzazione, della televisione, che ha sapientemente spettacolarizzato, tramite presentatori-attori alla conduzione e tramite le riprese di balli e canti, l'evento, sullo sfondo di una scenografia sapientemente assunta a contenitore evocativo di semplicità, paesaggistica, spirituale ed umana.
"Unicuique suum": a ciascuno il suo, e l'ideale di giustizia che da sempre lberga in noi ci impone di considerar l'aspetto più vivo e focale dell'incontro. Ribaltiamo la nostra prospettiva mentale. Non è il Papa che incontra i giovani, ma sono i giovani che incontrano il Papa, nelle loro intenzioni visto come non come Capo della Chiesa Cattolica, ma piuttosto come primo portatore di un Vangelo sempre più invocato come mezzo di redenzione generazionale.
Perchè dico questo? Perchè le parole devono tornare a rappresentare la realtà, e a non esser più strumento di banalizzazione o strumentalizzazione dei fatti (ogni riferimento al giornalismo italiano "istituzionale" è puramente voluto). E le parole e le immagini dei media han riferito tutto, fuorchè la presenza dei giovani, intesa non come dato numerico, ma come intreccio tra vita sofferenza, conversione e redenzione. Ci si è concentrati sul gesto del Papa di non leggere il discorso già preparato ma di interloquire spontaneamente, ma non si è detto che per la prima volta i giovani hanno avuto la possibilità di esser pienamanete se stessi, cantando, pregando, ascoltando le testimonianze, portando a conoscenza dell'opinione pubblica l'attuale difficoltà del crescere, dell'inserirsi nel mondo del lavoro, del superare le difficoltà psicologiche. A Loreto in realtà si è parlato dei veri problemi provenienti dal basso, è stata data voce agli ultimi; e lassù dove " si puote ciò che si vuole" si è cercato di proporre una verità, di farla vivere e fondere colla sofferenza e di proporla come occasione di rinascita, non entusiastica, e quindi effimera, ma umile e gioiosa, quindi duratura.
E' caduto un velo d'ipocrisia: la "pubblicità" mediatica manda solo gli aspetti positivi (culto dell'estetica, del successo, del benesere materiale) propone modelli sociali distorsivi e psicologicamente deleteri... ma poi tace sugli effetti più che collaterali, quindi eventuali, direi inevitabili: anoressia, tossicodipendenza, ansia, depressione sono etichette che parlano di disagio umano, sempre più occultato ma sempre meno latente.
I giovani oggi ne pagano un alto prezzo, essendo da sempre termometro infallibile di nuove tendenze, esigenze e problemi; è giusto che per una volta esprimano il proprio disagio, e lo hanno fatto senza cader nel risentimento o nell'odio, ma proponendosi, pur nella loro non più celata fragilità, come voce critica e come forza, non più materiale, ma spirituale, direi addirittura morale.
L'esser protagonisti tramite la debolezza condivisa comunitariamente potrebbe allora esser il griamaldello su un sistema che distribuisce disagio, esalta forza ed apparenza ma vien cambiato dall'interno porgendo l'altra guancia.
1 commento:
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