martedì 28 agosto 2007

Mosaico

«Quando le membra del corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il bendiddio che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto erano ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.
(Apologo di Menenio Agrippa; Libri ab Urbe Condita, II, 32, Livio)


La realtà è un mosaico... le figure, i colori, le linee ed i motivi possono esser visti come metafore di persone, fatti, valori, idee. Ognuno ed ogni cosa concorrono a delineare un insieme che, nonostante la nitidezza semplificatrice dell'opera compiuta, si nutre di complessità; tutto infatti è parte e trova senso in un disegno maggiore che dà unicità alla pluralità. L'equilibrio raggiunto è pertanto sintesi; ogni tassello è necessario ed indispensabile a prescinder dalla grandezza, dal colore, dalle dimensioni o dalla posizione. Son proprio l'occhio e la mente di chi guarda dall'esterno ed ammira in prospettiva l'opera a veder la nascita del nuovo disegno ed a veder la maggior carica stilistica ed evocativa del tutto rispetto alla parte. Dove vi era soltanto un pugno di pietre funzionali solo a se stesse, ora vi è una più grande pietra che tutte le racchiude e le tiene unite senza far perder loro la propria individualità, il proprio esser magari simili ad altre ma non identiche, ovvero uniche. Spetta ad una mano sapiente d'artista prevedere coll'immaginazione tale opera nella consapevolezza che il mosaico necessita di ogni tassello, perchè il problema non è l'eccesso di materiale, ma magari la mancanza di abilità.
Ora fuor di metafora, assegnare ad ognuno un ruolo nel proprio gruppo organizzato significa avere una visione organicista (non collettivista) e non individualista dei rapporti personali e sociali, voler coniugare, sapendo l'esito positivo, giustizia ed utilità, trovare una sintesi tra una tesi ed un'antitesi.
Se la coscienza delle potenzialità di ognuno nel contesto allargato può sfuggire a chi si trova coinvolto nelle dinamiche sociali stesse, che se lasciate prive di guida perdono una direzione "ulteriore" che non sia quella della logica esclusione/inclusione tipica dei rapporti ddi forza, lo stesso non può verificarsi per chi si trova all' "esterno" del mosaico, ovvero "in alto" nella comunità, chi vede e spesso non provvede pur potendo: la classe dirigente largamente intesa.
Attualizzando il discorso, può ben sostenersi che l'individualismo, che oramai domina incontrastato il mondo globalizzato, con la sua forza centrifuga non più contrastata da forze centripete di matrice sociale, ha rotto un precario equilibrio negli individui come nelle società, generando ovunque accanto al benessere, paure, ingiustizie, disgregazione. Ed il dato paradossale è che nessuna visione organicista anima alcuna classe dirigente e nessuna eco, più comprensibilmente, si alza dal basso; l'individualismo è anzi sostenuto come risolutore di ogni problema e visto come fattore di progresso umano e materiale.
Ma se Cicerone ci insegna che la storia è "magistra vitae" ed apriamo gli occhi della mente, non può non notarsi la sostanziale vicinanza di due periodi che soltanto la cronologia fa divergere: mi riferisco alla "Belle Epoque" europea di inizio Novecento, ed alla "New Economy" americana di fine secolo. Entrambe artificialmente realizzate nei piaceri, nelle luci e nel "progresso" (non umano ma tecnonogico), entrambe dense di paure, violenza inespressa, insoddisfazione. Non a caso fu l' "inutile strage" (così Papa Benedetto XV definì il primo conflitto mondiale) a suggellare quanto lo spirito europeo stava esprimendo in quei convulsi anni, e sempre non a caso il XXI secolo è iniziato nel segno del terrorismo globale (vd. 11 settembre), del neocolonialismo (vd. guerre in Afghanistan in Iraq e forse in Iran), dei rapporti di forza tra superpotenze (il riarmo della Russia di Putin, la corsa al nucleare del regime iraniano di Ahmdinejad, le crecenti commesse militari della Cina postcomunista etc).
E ' soltanto partendo da questa visione che possono comprendersi l'attualità, che atomizza col le sue plurime manifestazioni il suo essere, ed il divenire storico. Continuare a decontestualizzare fatti ed idee, come sistematicamente fanno i mass media con l'opinione pubblica, serve sicuramente a mantenere lo "status quo", a concentrarsi sui sintomi e non sulla causa, ma non a capire. Il cambiamento allora diviene più lontano, si nutre di mancanza di consapevolezza e perde la sua ragion d'essere come la possibilità di armonia, solidarietà e pace dei singoli e dell'insieme. Il mosaico si è frantumato, perde tasselli senza che vi sia una mano d'artista disposta a riassemblarli.
A noi non resta che la rivoluzione della conoscenza, del dialogo, dell'integrazione. Quanto al resto, "spes ultima dea".

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