mercoledì 29 agosto 2007

Fede vs Religione/Politica

"La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata distrutta fino all'ultima pietra qualche città, allora si canta a quattro voci una canzone abbastanza lunga, composta in una lingua ignota a tutti coloro che hanno combattuto, e per di più infarcita di barbarismi."
(Nozione di Guerra dal Dizionario filosofico, Voltaire)

"In interiore homine habitat Deus"
Dio abita nell'interiorità dell'uomo
("De vera religione", XXXIX, 72). .... Sant'Agostino)


Viviamo in un'epoca in cui la strumentalizzazione della religione a fini politici conosce fasti insperati sino a qualche tempo addietro. La religione come identità, segno distintivo o fenomeno associativo; le dinamiche son le stesse, trasversali, a prescindere dal tipo di società o dal periodo storico. Il potere banalizza il fenomeno religioso relegandolo ad "instrumentum regni", ad estensione della propria influenza; il fenomeno religioso rispetta la corrispettività, barattando la propria purezza con una secolarizzazione che si traveste da partecipazione al comando.
Nulla di più lontano dalla fede, che parla ad ogni singolo uomo della grandezza del proprio Dio nell'intimità della coscienza. Fede allora diviene conversione, comprensione, gioia, pace; al polo opposto si colloca la religione come sistema, che con la sua insopprimibile tendenza a massificare banalizza il sacro, rendendolo accessibile ma anche profondamente lontano dalla sua vera natura. Intolleranza, violenza possono allora nascere e seminar morte senza che via sia alcun antidoto efficace.
Siamo dunque chiamati a distinguere la fede dalla religione per evitar generalizzazioni che confondano quanto di migliore possa sgorgar dall'animo umano da quanto può costituir la sua peggiore alienazione.

martedì 28 agosto 2007

Russia SOS

"Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta".
(Anna Politkovskaya su "Another Sky" nell'ottobre del 2006)

Anna Politkovskaya, giornalista di "Novaya Gazeta" (settimanale russo liberale ed indipendente)molto conosciuta per il suo impegno sul fronte dei diritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e per la sua opposizione al Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin, è stata uccisa a colpi d'arma da fuoco il 7 ottobre del 2006 nell'ascensore del suo palazzo, mentre stava rincasando. Le agenzie di stampa 0ggi riportano le dichiarazioni rese dal procuratore generale Yuri Chaika secondo cui i magistrati russi hanno arrestato 10 persone in relazione all'omicidio della giornalista e che il gruppo potrebbe essere collegato anche all'uccisione del giornalista americano Paul Klebnikov nel 2004 e a quella del numero due della Banca centrale Andrei Kozlov.
Che dire? La vicenda assume di certo i torbidi contorni di una tragica spystory di ascendenza più sovietica che contemporanea, dimostrando come la transizione della Russia alla democrazia sia stata sofferta ed incompiuta. Dopo la sbornia liberista degli anno '90 sotto la presidenza Eltsin, artefice di una forte modernizzazione ideologica ed economica ma anche reponsabile della formazione di vasti oligopoli e del diffondersi della corruzione e dell'ingiustizia sociale, la Russia con Putin è tornata ad affacciarsi allo scenario mondiale in maniera quantomai aggressiva ed autoritaria, reprimendo all'interno l'opposizione politica ed intellettuale. Son proprio questi due elementi che possono quantomeno indurre a dubitare della versione fornita dal Cremlino: l'aggressività esterna ha infatti portato le forze armate all'uso del pugno di ferro nei confronti dell'opposizione cecena (la Politkovskaja godeva di notevole considerazione negli ambienti ceceni: il suo nome è spesso apparso fra i "negoziatori privilegiati" dalla guerriglia, così come apparse fra le personalità impegnate a condurre le trattative durante la crisi del Teatro Dubrovka), genericamente bollata come "terrorista" agli occhi dell'opinione pubblica occindentale. La repressione interna ha messo a tacere i media oppositori del regime, monopolizzando giornali e televisioni con una fitta coltre propagandistica, che ha permesso al regime d'ottenere un elevato sostegno popolare.
Se si considera che la posizione da sempre sostenuta dai colleghi della «Novaya Gazeta» è che l'omicidio sia da ricondurre a una pubblicazione-denuncia sulle torture praticate da una sezione delle forze di sicurezza cecene legate al primo ministro Ramzan Kadyrov, fedele al Cremlino, ben si comprende come la giornalista russa fosse andata colla forza della penna contro due principi cardine del regime di Putin, troppi per uno Stato sempre più lontano dalla democrazia.

Mosaico

«Quando le membra del corpo umano non costituivano ancora un tutt'uno armonico, ma ciascuna di esse aveva un suo linguaggio e un suo modo di pensare autonomi, tutte le altre parti erano indignate di dover sgobbare a destra e a sinistra per provvedere a ogni necessità dello stomaco, mentre questo se ne stava zitto zitto lì nel mezzo a godersi il bendiddio che gli veniva dato. Allora, decisero di accordarsi così: le mani non avrebbero più portato il cibo alla bocca, la bocca non si sarebbe più aperta per prenderlo, né i denti lo avrebbero più masticato. Mentre, arrabbiate, credevano di far morire di fame lo stomaco, le membra stesse e il corpo tutto erano ridotti pelle e ossa. In quel momento capirono che anche lo stomaco aveva una sua funzione e non se ne stava inoperoso: nutriva tanto quanto era nutrito e a tutte le parti del corpo restituiva, distribuito equamente per le vene e arricchito dal cibo digerito, il sangue che ci dà vita e forza». Mettendo in parallelo la ribellione interna delle parti del corpo e la rabbia della plebe nei confronti del senato, Menenio riuscì a farli ragionare.
(Apologo di Menenio Agrippa; Libri ab Urbe Condita, II, 32, Livio)


La realtà è un mosaico... le figure, i colori, le linee ed i motivi possono esser visti come metafore di persone, fatti, valori, idee. Ognuno ed ogni cosa concorrono a delineare un insieme che, nonostante la nitidezza semplificatrice dell'opera compiuta, si nutre di complessità; tutto infatti è parte e trova senso in un disegno maggiore che dà unicità alla pluralità. L'equilibrio raggiunto è pertanto sintesi; ogni tassello è necessario ed indispensabile a prescinder dalla grandezza, dal colore, dalle dimensioni o dalla posizione. Son proprio l'occhio e la mente di chi guarda dall'esterno ed ammira in prospettiva l'opera a veder la nascita del nuovo disegno ed a veder la maggior carica stilistica ed evocativa del tutto rispetto alla parte. Dove vi era soltanto un pugno di pietre funzionali solo a se stesse, ora vi è una più grande pietra che tutte le racchiude e le tiene unite senza far perder loro la propria individualità, il proprio esser magari simili ad altre ma non identiche, ovvero uniche. Spetta ad una mano sapiente d'artista prevedere coll'immaginazione tale opera nella consapevolezza che il mosaico necessita di ogni tassello, perchè il problema non è l'eccesso di materiale, ma magari la mancanza di abilità.
Ora fuor di metafora, assegnare ad ognuno un ruolo nel proprio gruppo organizzato significa avere una visione organicista (non collettivista) e non individualista dei rapporti personali e sociali, voler coniugare, sapendo l'esito positivo, giustizia ed utilità, trovare una sintesi tra una tesi ed un'antitesi.
Se la coscienza delle potenzialità di ognuno nel contesto allargato può sfuggire a chi si trova coinvolto nelle dinamiche sociali stesse, che se lasciate prive di guida perdono una direzione "ulteriore" che non sia quella della logica esclusione/inclusione tipica dei rapporti ddi forza, lo stesso non può verificarsi per chi si trova all' "esterno" del mosaico, ovvero "in alto" nella comunità, chi vede e spesso non provvede pur potendo: la classe dirigente largamente intesa.
Attualizzando il discorso, può ben sostenersi che l'individualismo, che oramai domina incontrastato il mondo globalizzato, con la sua forza centrifuga non più contrastata da forze centripete di matrice sociale, ha rotto un precario equilibrio negli individui come nelle società, generando ovunque accanto al benessere, paure, ingiustizie, disgregazione. Ed il dato paradossale è che nessuna visione organicista anima alcuna classe dirigente e nessuna eco, più comprensibilmente, si alza dal basso; l'individualismo è anzi sostenuto come risolutore di ogni problema e visto come fattore di progresso umano e materiale.
Ma se Cicerone ci insegna che la storia è "magistra vitae" ed apriamo gli occhi della mente, non può non notarsi la sostanziale vicinanza di due periodi che soltanto la cronologia fa divergere: mi riferisco alla "Belle Epoque" europea di inizio Novecento, ed alla "New Economy" americana di fine secolo. Entrambe artificialmente realizzate nei piaceri, nelle luci e nel "progresso" (non umano ma tecnonogico), entrambe dense di paure, violenza inespressa, insoddisfazione. Non a caso fu l' "inutile strage" (così Papa Benedetto XV definì il primo conflitto mondiale) a suggellare quanto lo spirito europeo stava esprimendo in quei convulsi anni, e sempre non a caso il XXI secolo è iniziato nel segno del terrorismo globale (vd. 11 settembre), del neocolonialismo (vd. guerre in Afghanistan in Iraq e forse in Iran), dei rapporti di forza tra superpotenze (il riarmo della Russia di Putin, la corsa al nucleare del regime iraniano di Ahmdinejad, le crecenti commesse militari della Cina postcomunista etc).
E ' soltanto partendo da questa visione che possono comprendersi l'attualità, che atomizza col le sue plurime manifestazioni il suo essere, ed il divenire storico. Continuare a decontestualizzare fatti ed idee, come sistematicamente fanno i mass media con l'opinione pubblica, serve sicuramente a mantenere lo "status quo", a concentrarsi sui sintomi e non sulla causa, ma non a capire. Il cambiamento allora diviene più lontano, si nutre di mancanza di consapevolezza e perde la sua ragion d'essere come la possibilità di armonia, solidarietà e pace dei singoli e dell'insieme. Il mosaico si è frantumato, perde tasselli senza che vi sia una mano d'artista disposta a riassemblarli.
A noi non resta che la rivoluzione della conoscenza, del dialogo, dell'integrazione. Quanto al resto, "spes ultima dea".

domenica 26 agosto 2007

"Ahi serva Italia"

"Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello!"
Purgatorio, Canto VI, vv. 76-78

Nel bel mezzo non del "cammin di nostra vita", (anche se ben possiam dire di trovarci in una "selva oscura") ma del "revival" di antipolitica che ultimamente scuote strati via via crescenti di opinione pubblica in Italia, promettendo più che rovesci sparsi una vera e propria tempesta, ("Memento" Mani Pulite), Contribuenti.it, un’associazione che tutela gli interessi dei contribuenti italiani, ha condotto uno studio volto all’analisi della flotta di auto con conducente a disposizione dei dipendenti di Stato, Regioni, Province, Comuni, Municipalità, Comunità montane, Enti pubblici, Enti pubblici non economici e Società misto pubblico-private.
Il risultato dell’indagine è un per nulla invidiabile record mondiale per l’Italia, risultato il Paese con il più elevato numero di auto blu al mondo: 574.215 automobili.Al secondo posto ci sono gli Stati Uniti d’America: 73.000 (!), Francia 65.000, Gran Bretagna 58.000, Germania 54.000, Turchia 51.000, Spagna 44.000, Giappone 35.000, Grecia 34. 000 e Portogallo 23.000.Il problema non sembra avere soluzione: dal 2001 al 2006, alla voce «noleggio di automezzi» nel bilancio delle spese che gravano sulle casse dello Stato si è verificata una vera impennata; i costi sono cresciuti da 28 a 140 milioni di euro, pari a un aumento reale del 357%.
I numeri parlano da soli e sono lo specchio di un fenomeno di più vaste dimensioni: senza generalizzare, può ben affermarsi che la politica nella sua interezza e salvo rare eccezioni che confermano la regola, ha perso, se mai in Italia l' ha avuta, la sua funzione di guida morale e quel rapporto di trasparenza col corpo elettorale che è alla base di una sana ed efficiente democrazia. Leggi, tagli alle spese e altisonanti proclami non possono mutare l'impressione che la politica attuale si sia mutata il lobby e la convinzione che solo un rinascimento etico-politico e sociale che parta dai settori più illuminati della società civile per espandersi all'intera base della comunità sino a raggiungere le classi dirigenti, possa davvero cambiar le cose.

Manuele II Paleologo, Ratzinger "ante litteram"

Il motto di Benedetto XVI è:
"Nos ergo debemus sublevare huiusmodi, ut cooperatores simus veritatis"
Noi dobbiamo innalzarci a tal punto da essere cooperatori della Verità

L'elezione dell' allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinal Joseph Ratzinger, al soglio di Pietro nel non troppo lontano 19 aprile del 2005, è stato senza alcun dubbio un elemento di forte originalità nella vita della Chiesa Cattolica, parlando "a posteriori"; a "priori" al contrario, il ruolo da lui ricoperto all'interno della Curia, la sua età, la sostanziale omogeneità di vedute col Papa polacco e la grande personalità di quest'ultimo, prima artefice della poderosa espansione del messaggio evangelico nel mondo globalizzato e del rinnovato prestigio internazionale, eran tutti elementi che si traducevano, nella visione collettiva comune, in un'attesa quasi certa di un pontefice di transizione, semplice custode e puntuale esecutore di decisioni, idee e linee pastorali, politiche e diplomatiche già prospettate dal suo predecessore Giovanni Paolo II. Nessuna innovazione all'orizzonte, ma sostanziale continuità nella tradizione wojtilyana. Le differenze caratteriali, biografiche, ideali tra i due ed il divenire storico non apparivano capaci d'incidere in senso innovativo sul percorso ratzingeriano, sebbene sia all'interno della Chiesa che fuori di essa (ma più all'interno...), la domanda di cambiamento fosse palpabile.
Non è stato così. Tralasciando gli aspetti che investono il suo ruolo di Capo di Stato e concentrandoci su quello, certamente più rilevante, di Capo della Chiesa Cattolica, non può non destar sorpresa la rivoluzione che Papa Bendedetto XVI, sin dai primi passi mossi come successore di Pietro, ha rappresentato sul piano dell'approccio pastorale. Il differente carattere, i diversi trascorsi biografici tra Wojtyla e Ratzinger, se non hanno intaccato la struttura ideologica e le linee-guida del nuovo pontificato, rendendolo in molti casi ( vd. la morale sessuale, il celibato sacerdotale, il rapporti tra fede e ragione, il dialogo interreligioso, l'attenzione alla realtà asiatica, l'antimodernismo, la critica al consumismo, etc) quantomai fedele, se non pedissequo, al passato prossimo, hanno però determinato una profonda svolta nell'approccio pastorale.
E' improvvisamente apparso sulla scena un Papa della Parola e del "logos" che ha soppiantato l'immagine del precedente, il Papa dei gesti e degli slanci profetici. La Chiesa che, coerentemente col dettato conciliare, si apre al mondo ed in particolare alla gioventù ( fu proprio Giovanni Paolo II ad istituire le Giornate Mondiali della Gioventù; basti soltanto pensare a come si rivolse nel raduno di Tor Vergata del 2000 alle nuove generazioni ivi presenti: "Cari amici, vedo in voi le "sentinelle del mattino"), che evangelizza l'umanità intera, delusa dal crollo del marxismo, l'ennesima illusione ideologica, ma già sofferente per il nuovo sogno consumista, per mezzo dei mass-media globali e dell'incessante sforzo missionario, itinerante per il mondo intero, vede subentrare la Chiesa del principio di ordine intellettuale e pratico robustamente fondato sul piano teologico. L'empatia, che provvidenzialmente ha aperto i cuori e attirato le menti, è affiancata ora dalla riflessione, dal rigore, dalla mitezza che sedimenta quanto l'entusiasmo può lasciarsi sfuggire.
Un Papa quindi tradizionalista (dall'apertura ai movimenti lefebrviano con l'affiancamento della Messa di Pio V a quella di Paolo VI, la simpatia per il ritorno dei canti gregoriani nella liturgia, l'uso di paramenti rinascimentali, come il camauro, simbolo dei Papi-Principi, sino al rapporto con le altre professioni cristiane o alla visione della storia mondiale degli ultimi due secoli, chiaramente antiprogressista, alla chiusura nei confronti della Teologia della Liberazione di Jon Sobrino), talvolta controverso (vd. inchiesta della BBC col video "Sex Crimes and Vatican", relativo al " crimen sollicitationis"; sul ruolo di Raztinger, allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in riferimento allo scandalo pedofilia che ha rischiato di travolgere l'immagine e le casse della Chiesa Cattolica negli Stati Uniti, è in corso un'indagine della magistratura texana, che probabilmente non avrà ulteriore esito per via del ricorso alla "immunity suggestion"), a volte troppo "sincero" (vd. discorso all' Università di Ratisbona) o "partigiano" (casi Sobrino, Tadeusz Rydzyk, il controverso direttore antisemita di Radio Maryia, accolto in Vaticano, e Lefebvre "docent"), sicuramente "necessario", innovativo nella tradizione (vd. sopra), mai banale e ripetitivo, sempre profondo e rigoroso, a tratti sorprendente nella carica emotiva che è capace di suscitare ( l'enciclica "Deus Caritas Est" ne è la dimostrazione), saldo nei propri principi e nelle proprie idee.
Quanto al resto, "ai posteri l'ardua sentenza".

giovedì 23 agosto 2007

Pena di morte nel mondo


Blu: Abolita per tutti i crimini.
Verde: Abolita per tutti i crimini tranne in circostanze eccezionali (come la guerra).
Arancione: Legale ma mai utilizzata o non utilizzata da molto tempo.
Rosso: Usata come forma legale di punizione.


La mano del boia arretra progressivamente. Nel 2006 le esecuzioni sono scese a 1.591 rispetto alle 2.148 dell’anno precedente, anche se il numero dei paesi che l’hanno applicata è cresciuto (25 rispetto ai 22 del 2005). Oggi 128 paesi nel mondo hanno abolito la pena di morte, divisi fra gli 88 abolizionisti di diritto, i 29 che da oltre 10 anni non eseguono più condanne e gli 11 paesi che la prevedono in caso di crimini eccezionali. Fra i 69 che mantengono in vigore la pena capitale molti meno emettono condanne capitali (le 3.861 emesse l’anno scorso si riferiscono infatti a 55 paesi), e il 91 % delle esecuzioni nel 2006 è avvenuta in soli sei paesi. Il primato spetta ancora alla Cina – che consente la pena di morte anche per reati finanziari e di corruzione - con oltre 1000 esecuzioni ufficiali, anche se Amnesty non esclude il numero effettivo si aggiri intorno alle 7.500 e le 8.000 persone. Oltre al Pakistan e al Sudan a destare maggiori preoccupazioni sono Iraq e Iran. A Baghdad infatti, dalla reintroduzione della pena capitale nel 2004, 270 persone sono finite nel braccio della morte e almeno 100 sono state giustiziate mentre Teheran ha ordinato 177 esecuzioni, il doppio del 2005. Eppure qualcosa si sta muovendo, il parlamento iraniano sta considerando una proposta di legge a tutela dei minorenni, mentre negli Stati Uniti (53 esecuzioni nel 2006 e circa 3200 persone nel braccio della morte) molte esecuzioni si sono fermate a causa di ricorsi legali e delle “preoccupazioni sull’umanità dell’iniezione letale”. Ma nel frattempo nel mondo fra 19.000 e 24.000 persone restano in attesa di un’esecuzione.
Se questi sono i dati, come giudicare la "perla" del sistema sanzionatorio dell' "Ancien Regime", se non che riesce a compattare efficacemente quattro principi diversi, talvolta antitetici, come giustizia, utilità, efficacia e pietà nella sua ferma condanna ?
Cesare Beccaria, inaugurando un nuovo corso nella riflessione giuridico-penale e più in generale nella sensibilità occidentale, diceva in " Dei delitti e delle pene": « Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio ».
Garantismo vero su temi veri, non garantismo di facciata per coprir l'ingiustizia e giustificar l'impunità ( vd. reazioni mediatiche ai casi che hanno esposto l'Italia all'europeo ludibrio: Mani Pulite, Affittopoli, Calciopoli, Vallettopoli etc).

mercoledì 22 agosto 2007

Pubblicità

immagine tratta dal sito http://www.rainews24.rai.it/

"...E' un aspetto, questo, dello strano mestiere di cronista che non cessa di affascinarmi e al tempo stesso di inquietarmi: i fatti non registrati non esistono. Quanti massacri, quanti terremoti avvengono nel mondo, quante navi affondano, quanti vulcani esplodono e quanta gente viene perseguitata, torturata e uccisa! Eppure se non c'è qualcuno che raccoglie una testimonianza, che ne scrive, qualcuno che fa una foto, che ne lascia traccia in un libro è come se questi fatti non fossero mai avvenuti! Sofferenze senza conseguenze, senza storia. Perché la storia esiste solo se qualcuno la racconta. E' una triste constatazione; ma è così ed è forse proprio questa idea - l'idea che con ogni piccola descrizione di una cosa vista si può lasciare un seme nel terreno della memoria - a legarmi alla mia professione..."
(Tratto da: "Un indovino mi disse" di T. Terzani).


Più di 3.680 soldati americani e all'incirca 40000 iracheni sono morti da quando le forze a guida statunitense hanno invaso l'Iraq nel 2003, destituendo il governo di Saddam Hussein.
Se la prima parte del dato, relativa ai militari americani morti, non può sorprenderci, visto il continuo aggiornamento operato dai media occidentali "indipendenti", ben maggior sorpresa mista a dolore dovrebbe suscitar in noi la seconda parte, contenete il bilancio dei morti iracheni, nella stragrande maggioranza dei casi civili, quindi donne, bambini, anziani e uomini disarmati.
Non passa giorno che le televisioni "embedded", dalla Cnn alla Bbc passando per Fox News, vere leader dell'informazione globale, non mostrino gli effetti delle aggressioni violente che i guerriglieri apportano a postazioni militari, sedi diplomatiche, rappresentanze commerciali di multinazionali, poati di blocco col connesso spesso tragico bilancio di morti civili iracheni. L'associazione mentale automatica indotta in chi guarda è pertanto terrorismo=violenza=morte. Una verità, senza dubbio, ma parziale, perchè non contestualizzata; fuorviante pertanto, menzognera.
L'immagine tratta dal sito di Rainews24 mostra come l'aviazione americana abbia usato sulla popolazione civile a Falluja, il fosforo, sostanza chimica capace di bruciare corpi o addirittura di scioglierli. Eppure senza il lodevole apporto di Sigfrido Ranucci, autore dell'inchiesta "In nome del petrolio - la verità scomoda", nulla si sarebbe saputo, sebbene il clamore suscitato sia stato minimo sui media nazionali ed internazionali rispetto al più comune dei fatti di sangue. Nessuna immagine di corpi carbonizzati o di urla terrorizzate nella notte dei bombardamenti; troppo facile sarebbe stata l'equazione Aviazione americana=fosforo=terrore=morte. Soltanto un complice silenzio è quel che si è levato, lo stesso che assordò l'opinione pubblica occidentale agli inizi della guerra, quando i civili erano obiettivi di una strategia volta al crollo del regime di Saddam Hussein per mancanza di sostegno interno di fronte alla follia della guerra. Due pesi, due misure. "Vae victis".
Non siamo allora autorizzati ad unire le due parti della verità e a convincerci che la guerra di aggressione americana ha creato di gran lunga più morti e sofferenze di abbia fatto quel che soltanto tendenziosamente può chiamarsi "terrorismo iracheno", e perdipiù per motivazioni assai meno nobili e giustificabili, se non nella , logica del profitto? Cosa penserebbe allora l'opinione pubblica americana "in primis" e occidentale in "secundis", della campagna irachena in quetsa nuova ottica?
Le moderne democrazie plutocratiche debbono infatti pur reggersi sul sostegno popolare, che non può esser bypassato da governi e centri di potere economico, col la sola non marginale differenza rispetto al passato che il "mezzi di persuasione-comunicazione" posson ben manipolarlo senza che nessuna voce controcorrente si alzi. La mobilitazione pubblica negli anni della guerra al Vietnam dimostra come gli interessi siano più forti del dissenso, ma anche che senza dissenso lo son ancor di più.
Nell'epoca dell'iperinformazione, non vi è più informazione, quando c'è è parziale: si è trasformata, in altre parole, in pubblicità.

martedì 21 agosto 2007

"5 minutes to Midnight"


"Io non so con quali armi sarà combattuta la III Guerra Mondiale, ma so che la IV Guerra Mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni"; "il mondo non è stato pensato per essere una prigione in cui l'uomo attende la sua esecuzione": parole sacrosante quelle pronunciate dal fisico tedesco A.Einstein e dal Presidente americano J.F.Kennedy, ma purtroppo ancora inascoltate. Sono infatti le 23.55 per il "Doomsday Clock", lo spaventoso “Orologio del Giorno del Giudizio” che segna il conto alla rovescia verso la guerra nucleare. Si è mosso in avanti di due minuti e ne mancano solo cinque a mezzanotte.
Il "Bulletin of Atomic Scientists", la rivista fondata da alcuni dei fisici del Progetto Manhattan che dal 1947 registra il pericolo di conflitti atomici muovendo avanti e indietro le lancette del grande orologio situato nell’Università di Chicago, ha fornito tre motivazioni per lo spostamento verso l’apocalisse:
Anzitutto le 27,000 testate nucleari sparse per il mondo, 2000 delle quali pronte al lancio nel giro di pochi minuti. Sebbene i media occidentali battano continuamente notizie riguardanti l'escalation riguardante Paesi del Terzo Mondo come Iran, Pakistan, Corea del Nord, India, fomentando la paura globale del "terrorismo nucleare" dei c.d. Paesi canaglia", appare assai improbabile un loro diretto convolgimento nell'impiego di tali ordigni, eccezion fatta a fini di deterrenza. Rimane allora il problema del "Primo Mondo" (U.s.a. e Russia in testa), sempre più votato al riarmo per fini di controllo geopolitico a livello globale, incurante dei danni potenziali ed attuali che possono essere arrecati al pianeta ed all'umanità stessa in termini che vanno dalla sicurezza alla sopravvivenza stessa.
Poi i cambiamenti climatici, che minacciano di distruggere molti degli habitat della specie umana.
Infine lo sviluppo di alcune tecnologie moderne: le biotecnologie, sempre più diffuse e sempre meno controllate, e le nanotecnologie.

Secondo le decine di scienziati (tra cui diciotto premi Nobel) che costituiscono il comitato scientifico del Bulletin “Siamo sull’orlo di una seconda era nucleare. Il mondo non si trova cosi’ tanto in pericolo da quando nel 1945 furono sganciati i primi ordigni atomici su Hiroshima e Nagasaki”.
Insomma, è il momento peggiore perlomeno dal 1984, quando l’escalation nucleare di Ronald Reagan portò l’orologio a soli tre minuti dalla fine. Il massimo pericolo è stato raggiunto nel 1953, anno di test nucleari sia per l’Urss che per gli Usa: il "Doomsday" segnava le 23.58.
Il momento migliore è stato invece il 1991, quando il crollo dell’Unione sovietica e l’entrata in vigore del trattato Start ("Strategic Arms Reduction Treaty") lo riportò indietro fino a diciassette minuti dalla fine del mondo. Ma nel 1995 il "Bulletin" si rese conto che le spese militari erano ritornate ai livelli della guerra fredda. Da allora il "Doomsday Clock" non ha mai smesso di riavvicinarsi all’ora X.

"La terra non è un'eredità dei nostri genitori, ma un prestito dei nostri figli" (Proverbio indiano).